Tennis

Ritirarsi a 25 anni, da numero 1 al mondo

Autore Nicola Cacco Pubblicato 23 april 2026

La maggior parte dei bimbi, quando inizia a giocare autonomamente, comincia un gioco e, dopo pochi minuti, si stanca e ne intraprende uno nuovo.

Ashleigh, a quattro anni, trova una vecchia racchetta da squash che è perfetta per le sue manine, ha il manico lungo ed è leggera. Con quella racchetta gioca a far rimbalzare una pallina contro il muro in mattoni del garage, nel cortile di casa.

Il fatto incredibile è che non tira due colpi per poi stancarsi, come farebbe qualsiasi altra bambina. Gioca così per ore, ogni giorno, in uno stato di concentrazione profonda.

Suo padre Robert la osserva e riconosce una coordinazione fuori dal comune per una bimba così piccola. Dopo qualche tempo capisce che il muro del garage non basta più e telefona al West Brisbane Tennis Centre, dicendo che ha una figlia di quattro anni che vuole giocare a tennis.

L’allenatore del club, Jim Joyce, risponde che accettano solo bambini dagli otto anni in su.

Robert la porta comunque ai campi. Joyce guarda Ashleigh che è alta un metro e, vista l’insistenza del padre, decide di metterla alla prova. Prende una pallina, gliela lancia e lei la rimanda dall’altra parte della rete. Joyce gliene lancia un’altra, convinto che sia stato un caso, e Ashleigh la rimanda di nuovo sulla sua metà campo. Terza pallina, stesso risultato.

A quel punto Joyce si volta verso Robert e gli dice che la figlia può cominciare gli allenamenti anche subito.

Ashleigh impara presto il diritto, il rovescio tagliato, la volée, il pallonetto, il servizio con effetto. In pratica, in breve tempo, la piccola fa suoi tutti i colpi giocati dai tennisti adulti.

A cinque anni Ashleigh riceve l’insegnamento che che più di tutti influenzerà la sua vita: Joyce non le parla né di classifiche e né di vittorie, ma le dice quali sono le quattro regole che contano di più:

  1. essere una brava persona,

  2. rispettare gli altri,

  3. divertirsi,

  4. essere felice.

A quindici anni Ashleigh vince Wimbledon juniores, diventando la più grande promessa del tennis australiano. La naturalezza con cui tiene in mano la racchetta la fa apparire molto più grande di quanto in realtà sia.

A sedici raggiunge la sua prima finale Slam nel doppio, all’Australian Open, in coppia con la ventisettenne Casey Dellacqua.

L’anno seguente le due australiane arrivano in finale in tre dei quattro Slam.

Ma Ashleigh sente di non star rispettando la regola numero 4 di Joyce e nel settembre del 2014, a diciotto anni, decide di ritirarsi.

Sembra una decisione folle, ma i tornei la obbligano a stare lontana da casa undici mesi all’anno e a mettere il tennis davanti a ogni altra cosa. E questo non la rende felice.

Per rimanere vicino agli amici e alla famiglia firma un contratto con il Brisbane Heat, la squadra locale di cricket. Ashleigh non ha mai giocato seriamente prima di allora, ma impara presto. Non abbandona completamente il tennis: comincia a dare lezioni private ai bambini del suo ex club. Otto lezioni le rendono centotrentadue dollari mentre negli anni precedenti, giocando nei tornei, ne aveva guadagnati qualche centinaio di migliaia.

Ma ora è felice: torna a casa la sera e si alza la mattina senza doversi chiedere in quale fuso orario si trovi.

Il mondo del tennis non capisce.

I giornali parlano di “ritiro prematuro”, ma lei sente di voler vivere come la maggioranza dei ragazzi della sua età.

Torna al tennis nel 2016, non per i soldi, né per la gloria, e nemmeno perché Serena Williams le ha scritto un messaggio dicendole che è troppo brava per ritirarsi.

Torna per conoscere il suo valore e per capire fin dove può arrivare. Ha capito una cosa importante: il problema non è il tennis, il problema è la priorità che aveva dato al tennis nella sua vita.

Ora ha compreso che lo sport non può venire prima della sua casa, della sua famiglia e tanto meno prima di sé stessa.

Nel 2017 Ashleigh vince il Malaysian Open, il primo titolo WTA della sua carriera e chiude l’anno al numero 17 del rank mondiale. Nel 2018 vince il primo slam in doppio: gli US Open in coppia con CoCo Vandeweghe.

Nel 2019 conquista il singolare del Roland Garros e diventa numero 1 al mondo.

Craig Tyzzer, il suo allenatore, nei giorni precedenti aveva preparato un discorso da leggere in caso quella importante vittoria fosse arrivata: un discorso incentrato sul significato di quel successo e su quanto lavoro fosse stato necessario per raggiungerla.

Ma Craig non ha potuto leggerlo. Prima che potesse aprire bocca, Barty gli chiede: “Posso ritirarmi adesso?”

Tyzzer rimane in silenzio un momento e poi dice scherzando: “Aspetta — io non sono ancora pronto.”

Barty ride. Ma la domanda è reale, e Tyzzer lo sa.

Il ritiro non avviene però dopo la vittoria al Roland Garros perché la ragazza deve ancora coronare il suo vero sogno, l’unico obiettivo che abbia mai ritenuto davvero degno di impegno e sacrifici: Wimbledon. Lo vince nel 2021, battendo Karolína Plíšková in tre set.

Nel 2022 vince l’Australian Open, dominando tutto il torneo senza mai perdere nemmeno un set.

Due mesi più tardi, in una videochiamata all’amica Casey Dellacqua, racconta di star bene, di essere felice e di sentirsi pronta. Dice di voler inseguire altri sogni, sogni che non prevedono di viaggiare per il mondo e di stare lontana da casa e dalla famiglia

Sente che è il momento giusto.

Ha venticinque anni, è la numero 1 del mondo e finalmente può ritirarsi dal tennis professionistico.

I VALORI COME BUSSOLA

La storia di Barty è appassionante anche se non ha un antagonista. C’è solo una persona che sa cosa conta per lei — e lascia che quella consapevolezza orienti ogni scelta, indipendentemente da quello che si aspetta il mondo. I suoi valori sono la bussola con cui si orienta nel mondo.

È importante comprendere la differenza tra un obiettivo e un valore.

Un obiettivo è qualcosa che si raggiunge e, una volta raggiunto, si conclude — come ad esempio vincere Wimbledon o essere la numero 1 al mondo.

Un obiettivo è un traguardo, una casella da spuntare e ha una fine.

Un valore è una direzione che non ha una destinazione e che quindi non può essere completato.

Un valore lo si incarna in ogni momento.

Ashleigh ha chiarito i propri valori prima ancora di diventare professionista: famiglia, casa e autenticità.

Il tennis è stato uno strumento per viverli.

Finché è stato così, Ashleigh ha giocato.

Quando lo sport ha cominciato a essere troppo ingombrante e a impedirle di vivere come voleva, Ashleigh ha smesso.

La maggior parte degli atleti non sa distinguere tra i propri valori e gli obiettivi che insegue. Confonde voglio vincere con per me è importante. E non si chiede mai se dietro alla vittoria ci sia qualcosa di più profondo, che la vittoria stessa non può soddisfare.

Quando un atleta costruisce la propria identità solo sugli obiettivi raggiunti, ogni sconfitta diventa un fallimento. Il ritiro, il cambio di categoria o semplicemente la fine di una stagione diventano drammi a cui non si riesce a dare senso.

Invece, quando l’identità è ancorata ai valori, ogni difficoltà diventa affrontabile. A volte dolorosa, ma affrontabile.

Ashleigh ha superato le difficoltà della sua carriera di atleta avendo sempre ben chiaro cosa fosse importante per lei e sapendo sempre scegliere coerentemente.

Milton Rokeach, uno psicologo americano, nel 1973 pubblica The Nature of Human Values — il primo tentativo sistematico di misurare e classificare i valori umani.

Rokeach distingue due categorie:

  1. i valori terminali cioè quello che si desidera raggiungere — la felicità, la libertà, la sicurezza

  2. i valori strumentali che sono modi di comportarsi — l’onestà, il coraggio, la responsabilità.

La sua intuizione fondamentale è che i valori sono criteri stabili che orientano le decisioni anche quando le circostanze cambiano.

Un obiettivo può essere abbandonato se diventa irraggiungibile, mentre un valore rimane inalterato nel tempo.

Il coaching moderno eredita da Rokeach la distinzione tra quello che vogliamo raggiungere (obiettivi finiti e misurabili) e quello che vogliamo essere o vivere (valori permanenti e orientativi).

Un atleta può fallire un obiettivo — per un infortunio, per l’età che avanza, per circostanze che non dipendono da lui — senza perdere i valori che lo avevano portato a voler raggiungere quell’obiettivo.

Quando i valori sono chiari, ogni scelta diventa coerente.

L’individuazione valoriale è uno dei compiti più importanti che uno sportivo può svolgere. Richiede di osservare le proprie scelte passate — specialmente quelle difficili, quelle controcorrente, quelle che nessuno capiva — e chiedersi:

Le risposte riveleranno i valori che hanno già orientato la tua vita, mostrandoti chiaramente verso quali scelte potresti orientarti in futuro.

I valori reali non hanno a che fare con quelli socialmente accettabili o con quelli ereditati dalla famiglia, sono il cuore del tuo essere umano.

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