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Point God

Autore Nicola Cacco Pubblicato 10 march 2026

Il 13 febbraio 2026, a quasi 41 anni e dopo 21 anni di carriera professionistica, Chris Paul ha annunciato il suo ritiro dalla NBA, il campionato di basket americano.

Giocatore capace di segnare e far segnare: il primo nella storia della lega ad aver superato 20.000 punti con oltre 10.000 assist.

Difensore sempre attento: secondo di ogni epoca, dietro a John Stockton, per palle rubate.

Nella NBA, il regista — il giocatore che gestisce la palla e imposta le azioni offensive — viene chiamato Point Guard.

Paul si è guadagnato il soprannome di Point God, il Dio delle Point Guard. Lo chiamavano così perché in campo sembrava giocare con informazioni che gli altri non avevano. Vedeva linee di passaggio prima che esistessero e dava la palla ai compagni esattamente nel modo in cui preferivano riceverla.

Trovare il perché

Nel 1964, il Congresso americano aveva firmato il Civil Rights Act: la legge che vietava ufficialmente la discriminazione razziale. A Winston-Salem, il signor Nathaniel Jones comprò una stazione di servizio, sia la licenza che il terreno su cui era costruita. Fu il primo uomo nero a possederne una in tutto il North Carolina.

Nathaniel era il nonno di Chris Paul. Tutti lo chiamavano Papa Chilly.

Aveva unghie, dita e palmi delle mani perennemente macchiati di grasso. La maggior parte dei meccanici portava i guanti. Lui no. Rimetteva in strada macchine che per altri erano da rottamare. Quando qualcuno gli chiedeva come stava, rispondeva sempre con le stesse parole: “I’m blessed and highly favored.” Sono benedetto e protetto dal Signore. Per lui vivere era un privilegio da onorare.

Fu il riferimento di Chris Paul adolescente e il suo migliore amico. L’adulto con cui sedersi dopo gli allenamenti e la voce con cui confrontarsi sul gioco e la vita.

Il 14 novembre 2002 Chris firmò la lettera di iscrizione alla Wake Forest University. Il giorno dopo, nonno Nathaniel stava rincasando con in tasca l’incasso della giornata quando cinque ragazzi lo fermarono sul marciapiede. Lo legarono ai polsi, gli coprirono la bocca con il nastro adesivo e lo picchiarono finché il suo cuore cedette. Morì a 61 anni. Per i soldi di un giorno di lavoro. Al funerale più di mille persone riempirono la chiesa più grande della contea

Qualche giorno dopo Chris tornò in campo. Prima di entrare in palestra, sua zia Rhonda gli disse: “Papa adorava vederti giocare. Fai qualcosa di speciale per lui.” Segnò sessantuno punti. Uno per ogni anno di Papa Chilly. Quando arrivò a 59 fece canestro e subì fallo. Ebbe a disposizione un tiro libero supplementare che sbagliò appositamente. Sessantadue avrebbe significato qualcosa di diverso. Sessantuno era un messaggio, indirizzato a una persona sola. Raggiunse la panchina e crollò tra le braccia del padre in lacrime. Aveva 17 anni. Da quel momento Papa Chilly diventò il perché di ogni partita di Chris.

Alzare il livello di chi ti sta vicino

C’è una statistica che racconta Chris Paul meglio di qualsiasi highlight: ogni volta che ha cambiato squadra, quella squadra ha migliorato il proprio record. In media, nel primo anno con lui, le sue franchigie hanno vinto 14 partite in più. E nel primo anno senza di lui, ne hanno perse altrettante.

Da bambino guardava e riguardava le cassette dei match per studiarne gli schemi. All’università era già un floor general, il generale in campo. Sapeva dove sarebbe andato il gioco prima che il gioco ci arrivasse.

Nel 2005 i New Orleans Hornets lo scelsero come quarta scelta assoluta al Draft. Paul vinse il Rookie of the Year (il premio del miglior esordiente) e portò una squadra di bassa classifica ai playoff.

In campo spostava talmente tanto gli equilibri, che nel 2011 la NBA bloccò lo scambio che lo avrebbe portato ai Lakers, una delle migliori squadre della lega. Motivarono la decisione dicendo che avrebbe squilibrato l’intero campionato.

Paul arrivò così ai Los Angeles Clippers. Una franchigia perdente che in qualche mese venne trasformata in una pretendente al titolo. In quella squadra c’erano anche Blake Griffin e DeAndre Jordan, due dei migliori atleti della lega. Lo schema era semplice: Chris passava la palla e i due saltavano e schiacciavano a canestro. Costruirono lo spettacolo più entusiasmante della NBA. Sei stagioni. Due titoli di division e playoff ogni anno.

Nel 2017 arrivò a Houston, nella squadra di James Harden. Harden era il miglior marcatore della lega. C’erano dubbi sulla convivenza di due talenti che amavano tenere la palla in mano e prendere le decisioni per la squadra. Chiusero la stagione regolare con 65 vittorie e 17 sconfitte. Ai playoff, contro i campioni in carica di Golden State, Paul fu devastante e Houston si portò sul 3-2 nella serie. Al termine di gara 5, si infortunò al bicipite femorale, i Rockets persero le ultime due partite e la stagione finì lì. Una delle immagini più tristi della sua carriera.

Dopo Houston, la storia di Chris diventò quasi paradossale. Nel luglio 2019 fu spedito a Oklahoma City, in una squadra che aveva ceduto i suoi migliori giocatori. Tutti si aspettavano una stagione di transizione in un team in ricostruzione, e invece i Thunder vinsero 44 partite e fecero i playoff.

Ma fu a Phoenix che la storia raggiunse il suo momento più significativo. Affiancato da Devin Booker e Deandre Ayton, Paul guidò i Suns a 51 vittorie e alla finale NBA. Elevò il gioco dei giovani compagni, che vinsero le prime due partite contro i Bucks. Ma le prestazioni epiche di Giannis Antetokounmpo portarono il titolo a Milwaukee. La stagione successiva Phoenix totalizzò addirittura 64 vittorie, ma la corsa ai playoff si fermò in semifinale.

Seguirono il passaggio ai Golden State Warriors nel 2023, poi agli Spurs e infine il ritorno sentimentale ai Clippers.

Nel mezzo di tutto questo, ci furono anche le Olimpiadi: oro a Pechino nel 2008 e oro a Londra nel 2012.

Il prezzo della leadership

Chris Paul non era un giocatore facile da gestire. Odiava perdere più di quanto amasse vincere pretendendo che questa sua attitudine venisse adottata anche dai compagni.

Nei primi allenamenti da rookie spingeva la squadra a correre a ogni possesso. Il veterano compagno di squadra Jamaal Magloire lo pregò di rallentare. Una settimana dopo lo stesso Magloire chiese di essere ceduto. Paul a quell’epoca aveva vent’anni.

In campo, i compagni lo descrivevano come un uomo posseduto. Se qualcuno sbagliava una lettura difensiva, il suo rimprovero arrivava immediatamente. L’azione dopo, lo stesso giocatore riceveva una pacca sulla spalla. Demoliva e ricostruiva nello spazio di trenta secondi.

Chris, l’uomo etichettato come cattivo compagno venne addirittura eletto presidente dell’associazione giocatori. Il giocatore più scorretto della lega faceva da mentore alle giovani stelle. I coach lo chiamavano leader, i compagni mago, i tifosi e gli avversari qualcosa di meno lusinghiero. Nessuno aveva completamente torto.

“Questo può essere il dono e la maledizione di chi sono — ma sono io.”

Quando annunciò il ritiro aggiunse: “Da eterno studente, so che la leadership è difficile e non è per i deboli. Ad alcuni piacerai, a molti no, ma l’obiettivo è sempre stato l’obiettivo, e le mie intenzioni sono sempre state sincere.”

Chi guida davvero non sceglie di essere amato. Sceglie lo standard, e si prende la responsabilità di mantenerlo, ogni giorno, con chiunque, indipendentemente da quello che costa. Chris aveva ereditato da Papa Chilly la capacità di vedere la vita come un dono ricevuto. E l’attitudine a considerarlo come qualcosa da restituire ogni giorno attraverso la dedizione e l’impegno.

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