Per Viverlo, Devi Meditarlo
Dal 6 al 22 febbraio 2026, Milano e Cortina hanno ospitato i XXV Giochi Olimpici Invernali.
Sedici giorni di gare, 3.500 atleti. 93 paesi. 195 medaglie in palio.
C’è chi ha vinto. Chi è caduto. Chi non ha nemmeno gareggiato, ma è rimasto nella storia lo stesso. Chi ha aspettato sedici anni. Chi aveva diciotto anni. Chi veniva da un orfanotrofio di Haiti. Chi aveva quarantuno anni e il crociato lesionato.
Alla fine, quando si spengono le luci e si smontano le tribune, cosa rimane?
Rimangono le storie. E dentro le storie, se le guardi bene, c’è sempre un momento preciso, un istante in cui qualcuno ha dovuto scegliere come stare dentro quello che stava vivendo. Non cosa fare. Come stare. Come guardare una caduta, un anno perso, una medaglia che non arriva, una vittoria che arriva quando non te l’aspetti più. Come essere completamente lì, in quel momento, senza fuggire da quello che fa male e senza aggrapparsi a quello che ti protegge.
Questa è la sostanza di quello che Jon Kabat-Zinn chiama mindfulness. Un atteggiamento consapevole che permette di stare nella realtà così com’è, non come vorresti che fosse.
Kabat-Zinn ha identificato nove atteggiamenti fondamentali che sostengono questa pratica. Possiamo paragonarli a dei muscoli del corpo. E si allenano come dei muscoli: con ripetizione, attenzione, fatica.
Le nove storie che seguono mostrano questi muscoli in azione.
1. NON GIUDIZIO
Eileen Gu

Livigno Snow Park, 17 febbraio 2026.
Sala stampa dopo lo slopestyle femminile. Eileen Gu ha appena vinto l’argento — il secondo argento in questi Giochi, dopo quello nel big air di due giorni prima. La giornalista fa la domanda: “Due argenti conquistati — o due ori persi?”
Gu sorride. Non è un sorriso di cortesia. È qualcosa di più preciso.
“Questa visione mi sembra una prospettiva ridicola”, risponde.
Conta ad alta voce: cinque medaglie olimpiche in tre discipline diverse, a ventidue anni. Più di chiunque altro nella storia del freeski. Due ori e un argento a Pechino 2022. Un argento nel big air e un argento nello slopestyle qui, a Milano-Cortina.
Aveva saltato quattro anni di big air per infortuni. Non gareggiava in quella specialità dal 2022. Era tornata tre mesi fa.
Pochi giorni dopo avrebbe vinto anche l’oro nell’halfpipe, portando il suo totale a sei medaglie olimpiche. La più decorata della storia del freeski, uomo o donna.
La giornalista vuole la storia della sconfitta. Gu guarda l’evidenza.
Il non giudizio, per Kabat-Zinn, non significa non valutare. Significa non partire da una categorizzazione automatica — buono/cattivo, vittoria/sconfitta, abbastanza/non abbastanza — prima ancora di guardare la realtà.
La giornalista aveva già deciso cosa vedere: due ori mancati. Gu ha guardato la stessa realtà e ha visto qualcos’altro.
La risata non era arroganza. Era il suono di chi osserva i fatti senza aggiungerci uno strato di storia.
La mente giudicante è veloce. Si attiva in pochi millisecondi, spesso prima che tu te ne accorga. Classifica, confronta, etichetta. Lo fa per proteggerti. Ma spesso ti impedisce di vedere quello che c’è davvero.
Gu ha fatto una cosa semplice: ha guardato.
2. MENTE DEL PRINCIPIANTE
Ilia Malinin

Milano Ice Skating Arena, 11 febbraio 2026.
Ilia Malinin è il favorito assoluto. Da oltre due anni non perde una gara. Doppio campione del mondo. “Quad God” — così lo chiamano — perché è l’unico essere umano ad aver mai eseguito il quadruplo axel in competizione. Un salto che per decenni era stato considerato teoricamente impossibile.
Non era arrivato a provarlo per caso. Ci era arrivato da principiante: guardando il salto con occhi che non sapevano ancora che non si poteva fare.
Il programma corto va bene. È in testa.
Nel libero, crolla. Due cadute. Tre quad su sette eseguiti. Finisce ottavo. Il flop più scioccante dei Giochi.
“È stato un crollo inevitabile”, scrive poi su Instagram. Il peso di essere il favorito, degli occhi di tutto il mondo, delle aspettative — lo aveva schiacciato. Aveva smesso di pattinare come se fosse la prima volta. Aveva cominciato a difendere quello che aveva.
Poi arriva il gala, 21 febbraio. Nessuna giuria. Nessun punteggio. Solo il ghiaccio.
Malinin scende in pista su “Fear” di NF, il suo artista preferito. La canzone ripete una domanda: “Is this what you wanted?” Esegue quad jumps, il suo backflip iconico. Alla fine, visibilmente commosso, rimane immobile nella posa finale. La platea lo travolge con un’ovazione.
La mente del principiante non è la mente di chi non sa. È la mente di chi sa — e sceglie di avvicinarsi lo stesso come se fosse la prima volta. È quella mente che aveva permesso a Malinin di immaginare il quad axel quando nessuno lo aveva ancora fatto. È quella che ha perso sotto il peso di essere già qualcuno.
Al gala l’aveva ritrovata.
“Il mio prossimo obiettivo è andare ai Mondiali e godermi il pattinaggio”, ha detto dopo. Le prossime Olimpiadi sono a quattro anni. La mente del principiante non si coltiva una volta sola — si allena ogni giorno, come i quad jumps.
3. PAZIENZA
Francesca Lollobrigida
Milano Speed Skating Stadium, 7 febbraio 2026.

Il giorno del suo trentacinquesimo compleanno.
Francesca Lollobrigida vince i 3000 metri di pattinaggio di velocità in 3:54.28. Record olimpico.
Poi vincerà anche i 5000 metri. Due ori nella stessa edizione. Il primo oro italiano a Milano-Cortina.
Ma nessuno che guarda solo i risultati capisce cosa è successo.
Il 2025 era stato l’anno peggiore della sua carriera. Un’infezione virale l’aveva fermata per mesi. Mai salita sul podio in tutta la stagione. I pensieri di ritiro erano concreti, non retorici.
Aveva anche un figlio piccolo, Tommaso, nato nel 2023. Ogni giorno sul ghiaccio era una scelta che si ribaltava sull’altra.
A fine settembre, durante un raduno in Germania, era uscita in bici con i colleghi. Al ritorno non riusciva a muovere le gambe. Il marito era andato a prenderla. Aveva pianto. Aveva pensato di smettere. Poi aveva ricominciato ad allenarsi.
Mese dopo mese, allenamento dopo allenamento, senza risultati che confermassero che ne valesse la pena. Solo il lavoro. Solo la fiducia che il momento sarebbe arrivato, anche se non sapeva quando.
Quando è arrivato, aveva questa forma: una pista di ghiaccio a Milano, il giorno del suo compleanno, e una frase che racchiude tutto quello che aveva imparato: “Volevo solo divertirmi, ero serena e questo è il risultato.”
La pazienza, per Kabat-Zinn, non è sopportazione passiva. Non è stringere i denti aspettando che passi. È qualcosa di più preciso: il riconoscimento che ogni processo ha il suo tempo. Che forzare la maturazione non accelera nulla. Che il momento arriverà quando arriverà — e il tuo compito è restare presente, non controllare il quando.
Lollobrigida aveva smesso di combattere contro il momento sbagliato. Aveva accettato il buio del 2025. Era rimasta. E nel giorno del suo compleanno, sul ghiaccio di casa, il momento era arrivato.
La serenità che descrive non era indifferenza. Era la pace di chi ha smesso di chiedere al tempo di essere diverso da quello che è.
4. FIDUCIA
Lucas Pinheiro Braathen

Lucas Pinheiro Braathen aveva ventitré anni, la Coppa del Mondo di slalom in tasca e una conferenza stampa che avrebbe cambiato tutto.
27 ottobre 2023, Sölden, Austria. In giacca di lana rosa, maglietta viola, unghie dipinte, Braathen convoca i giornalisti alla vigilia dell’apertura della Coppa del Mondo. La sala si aspetta dichiarazioni di inizio stagione. Lui annuncia il ritiro.
Il motivo: la federazione norvegese gli aveva imposto regole rigide sui contratti di sponsorizzazione. Lui aveva scelto di fare pubblicità per un marchio che non era quello della squadra. Era stato multato. La multa non l’aveva pagata. E ora se ne andava.
“Per poter continuare a sciare in questo sistema, ho dovuto non solo mettere da parte i miei sogni, ma anche la mia gioia di vivere. Non sono più disposto a farlo.”
Poi aggiunge: “Per la prima volta mi sento libero.”
Nato a Oslo da padre norvegese e madre brasiliana, aveva sempre portato il cognome di lei. Dopo un anno sabbatico, passato tra Rio e Milano a surfare e a fare shopping, aveva preso la decisione più impensabile: tornare a gareggiare, ma per il Brasile. Un paese senza montagne e senza neve.
Bormio, Stelvio Ski Center, 14 febbraio 2026. Slalom gigante maschile. Nebbia bassa, pista ghiacciata. Braathen taglia il traguardo, vede il numero 1 sul tabellone, crolla sulla neve e urla. In quel momento diventa il primo atleta nella storia a vincere una medaglia olimpica invernale per il Brasile, e per l’intero Sudamerica.
Sul podio, con la bandiera verdeoro, dice: “Non è importante da quale nazione arrivi, quale è il colore della pelle. Se credi in un tuo sogno, puoi farcela.”
La fiducia, per Kabat-Zinn, non è autostima motivazionale. È qualcosa di più viscerale e più difficile: fidarsi della propria saggezza interiore più che dell’autorità esterna. Anche quando il mondo intero ti dice che stai sbagliando. Anche quando rinunci alla squadra più forte del pianeta per rappresentare un paese che non ha mai vinto una medaglia olimpica invernale.
Fidarsi di se stessi, quando nessun numero esterno lo giustifica, è l’atto di coraggio più difficile che esista. Braathen lo aveva fatto tre anni prima, in una sala stampa in Austria, in giacca rosa.
L’oro era la conferma. Ma la scelta era già stata fatta.
5. NON CERCARE RISULTATI
Richardson Viano

Richardson Viano aveva tre anni quando vide entrare dal cancello dell’orfanotrofio un uomo bianco. Lo aveva riconosciuto dalla foto che gli avevano dato quando era stata approvata l’adozione. Gli è corso incontro facendosi largo tra gli altri bambini. “Andate via, lui è il mio papà, ed è solo mio.”
La sua nuova vita è cominciata così. Una coppia di torinesi volati ad Haiti per diventare genitori. Si erano stabiliti a Briançon, nelle Alpi francesi. Il padre faceva la guida alpina. Il primo inverno, Richardson aveva visto la neve per la prima volta. Era rimasto ore a bocca aperta a guardare i fiocchi scendere e sciogliersi sul naso. Di quella polvere fredda e magica si era innamorato.
Cresciuto nelle Alpi francesi, aveva cominciato a gareggiare con la federazione francese. Poi, un giorno, riceve una telefonata. Dall’altra parte il presidente della federazione haitiana di sci. “Ti va di sciare per Haiti e fare le Olimpiadi?” Viano pensa a uno scherzo. Controlla. La federazione esiste davvero. Decide di sì. Sceglie la federazione più povera del circuito, senza allenatori e senza risorse, per rappresentare il paese che lo aveva messo al mondo.
Bormio, Stelvio Ski Center, 16 febbraio 2026. Nevicata fitta. Slalom maschile. Pettorale 62.
Viano scende. Quando arriva al traguardo, guarda il tabellone. Ventinoveesimo. Accede alla seconda manche.
In quel momento diventa il primo haitiano della storia a raggiungere la seconda manche olimpica.
Balla. Una specie di balletto sotto le tribune. Come se fosse appena arrivato a una festa.
“Ho pensato: ora me la godo. Faccio come Braathen… via gli sci e poi un balletto.”
Non cercare risultati è smettere di rendere la classifica la condizione della propria presenza. È fare per il piacere di fare. Essere lì per il gusto di esserci.
Viano lo sapeva da sempre. Era lì perché amava sciare. E perché sciare per Haiti significava qualcosa di più grande di una gara: “Haiti è un’isola che soffre tanto. Posso far parlare Haiti in modo diverso, mettendo da parte le sue ferite e valorizzando la determinazione degli haitiani nello sport.” Ha già ripreso i contatti con l’orfanotrofio da cui veniva. Vuole tornarci. Per dare sogni ai bambini che sono rimasti.
Chi gareggia per vincere porta il peso del risultato. Chi gareggia per qualcosa di più grande è già libero prima di partire.
6. ACCETTAZIONE
Lindsey Vonn

Lindsey Vonn è una delle sciatrici più grandi della storia. Ottantadue vittorie in Coppa del Mondo. Quattro coppe di cristallo assolute. L’oro olimpico a Vancouver 2010, prima donna americana a vincere in discesa libera. Per vent’anni aveva dominato le piste con una potenza fisica fuori categoria, scendendo a velocità che poche donne avevano raggiunto prima di lei.
E poi, ogni volta, erano arrivati gli infortuni. Il ginocchio destro. Il ginocchio sinistro. La spalla. Le vertebre. Si era fatta operare così tante volte che alla fine aveva perso il conto. Nel 2019, dopo l’ennesima caduta aveva detto basta. Aveva 34 anni. Aveva lasciato tutto.
Poi era tornata. A quarantuno anni.
Olympia delle Tofane, Cortina d’Ampezzo, 8 febbraio 2026.
Decise di gareggiare nonostante il legamento crociato del ginocchio sinistro strappato, infortunato dieci giorni prima a Crans-Montana. Lo sapevano tutti. Lo sapeva lei.
Tredici secondi dopo la partenza, il suo braccio destro si agganciò a un palo. Volò sulla neve. Le urla si sentirono chiaramente dai microfoni a bordo pista. La gara si fermò per venti minuti.
L’elisoccorso la portò prima all’ospedale di Cortina, poi al Ca’ Foncello di Treviso. Frattura complessa alla tibia. Nelle successive due settimane, subì quattro operazioni.
Lindsey scrisse ai suoi follower: “Non ho rimpianti. La vita è troppo breve per non rischiare. L’unico fallimento è non provarci.”
È vero. Ma è anche importante capire quando è l’ora di smettere. È comprendere i limiti del corpo. È stare con una verità che non si vorrebbe.
L’accettazione non è rassegnazione. È smettere di combattere con la realtà e guardare quello che c’è, non quello che avrebbe dovuto essere.
Vonn non era tornata perché le mancava una vittoria. Era tornata perché non riusciva ad accettare che quella parte di sé fosse finita. La montagna ha risposto al posto suo.
Capire quando smettere richiede lo stesso coraggio di andare avanti. A volte di più. Perché smettere significa accettare che una versione di noi stessi — quella più luminosa, più potente, più celebrata — non esiste più. E imparare a stare con quello che rimane.
7. LASCIARE ANDARE
Mikaela Shiffrin

Mikaela Shiffrin è la sciatrice più vincente della storia. Centootto vittorie in Coppa del Mondo, il record assoluto. Campionessa del mondo sette volte. Ma per anni, dal 2020 in poi, qualcosa si era incrinato nei momenti che contavano di più, come se la pressione più alta avesse cominciato a pesare in un modo che lei stessa non riusciva a spiegare.
Suo padre Jeff era morto nel febbraio 2020. Un incidente domestico, mentre lei gareggiava in Europa.
Olympia delle Tofane, Cortina d’Ampezzo, 18 febbraio 2026.
A Milano-Cortina aveva già gareggiato due volte. 11ª in slalom gigante. 4ª nella combinata a squadre. Lo slalom era la sua ultima chance; l’unica specialità in cui il suo dominio era talmente assoluto da non lasciare spazio ai demoni.
Nella prima manche fa il vuoto: 82 centesimi di vantaggio su tutte. Nella seconda non gestisce, attacca. Vince con 1,5 secondi di vantaggio — il margine più ampio in una gara olimpica di sci alpino dal 1998. Terzo titolo olimpico. Primo in otto anni.
Quando taglia il traguardo, si ferma. Non esulta. Si abbraccia le ginocchia per qualche secondo. Poi alza gli occhi come se stesse cercando qualcuno che non è fisicamente lì.
In conferenza stampa, spiega: “Era un modo per connettermi con le persone che non possono essere qui fisicamente. Anziché pensare ‘affronto questo senza di lui’, mi sono presa un momento per stare in silenzio con mio padre.”
Ma c’era qualcosa di più profondo che a Cortina è venuto a galla. A Pechino 2022, Shiffrin aveva gareggiato sette volte senza portare a casa nemmeno una medaglia. Il flop olimpico più rumoroso degli ultimi vent’anni. Anni dopo aveva trovato le parole per descriverlo: “Quando ho finito le gare senza medaglie, ho sentito una piccola dose di sollievo. Perché non dovevo affrontare la vittoria olimpica senza mio padre.”
Senza saperlo, si era costruita una protezione: non vincere significava non dover sperimentare la gioia più grande della sua vita in sua assenza.
A Cortina, ha lasciato andare quella protezione. Ha voluto la vittoria. E l’ha vissuta. Dolore compreso.
Il lasciare andare, nella mindfulness, ha la forma di un gesto invisibile, interiore. È l’istante in cui smetti di aggrapparti a un pattern che ti proteggeva dal dolore. Lo riconosci solo dopo, quando ti accorgi che la paura ha lasciato spazio a qualcosa di più leggero.
A volte lasciare andare non significa dimenticare. Significa portare il peso in modo diverso.
8. GRATITUDINE
Arianna Fontana

Arianna Fontana ha cominciato a pattinare a quattro anni, seguendo il fratello sul ghiaccio della Valtellina. A quindici era già alle Olimpiadi. A trentacinque è ancora lì — più medagliata di chiunque altro nella storia dello sport italiano.
Milano Ice Skating Arena, 18 febbraio 2026.
Quando conquista l’argento nella staffetta 3000 metri di short track femminile, l’argento al collo è la quattordicesima medaglia olimpica della sua carriera. Supera Edoardo Mangiarotti, il leggendario schermidore che dal 1960 deteneva il primato italiano con tredici medaglie.
Vent’anni di Olimpiadi. Da Torino 2006 — bronzo in staffetta, la più giovane medagliata azzurra di sempre — fino a Milano-Cortina 2026. Sei edizioni consecutive con almeno una medaglia. Portabandiera alla cerimonia di apertura.
Quando il tabellone ha mostrato il numero quattordici accanto al suo nome, il record di Mangiarotti era finito. Sessantasei anni di storia dello sport italiano, chiusi quella sera a Milano. Chi era lì ha capito di essere stato nel posto giusto al momento giusto — e questo è già una forma di gratitudine.
In conferenza stampa dice: “Non ho ancora capito cosa voglia dire. Ho dovuto prendermi cinque minuti per le tante emozioni. Anche se è la quattordicesima della mia carriera, è una medaglia davvero incredibile.”
Quattordicesima. E ancora incredibile.
La gratitudine autentica — non quella di circostanza, non il “sono felice di essere qui” automatico — ha questa qualità: non dà nulla per scontato, anche dopo centinaia di ripetizioni. È la capacità di ricevere pienamente quello che la vita offre, ogni volta come se fosse la prima.
Fontana avrebbe potuto smettere di meravigliarsi anni fa. Avrebbe avuto ogni diritto.
Invece era ancora lì, sul ghiaccio di casa, con gli occhi pieni di qualcosa che non si può fingere.
La meraviglia, quando è autentica, non si consuma. Si allena. E a volte, raramente, diventa un dono per chi guarda.
9. GENEROSITÀ
La squadra di bob della Giamaica

La Giamaica non ha piste di ghiaccio. Non ha neve. Non ha un programma nazionale finanziato dallo stato. A Calgary 1988, quattro atleti giamaicani si presentarono ai Giochi Olimpici Invernali con un bob prestato e quasi zero esperienza. Nella gara del quattro, uscirono di pista. Scesero a piedi fino al traguardo, spingendo il bob, tra gli applausi del pubblico. La Disney ci fece un film: Cool Runnings.
Da allora, quella tuta gialloverde non ha mai smesso di scendere sul ghiaccio.
A Cortina c’è una squadra di bob giamaicana per la nona volta. Chi sono? Un pescatore, due ex velocisti e una gallese con radici caraibiche. Shane Pitter, il pilota, di mestiere pesca nei mari di Giamaica. Joel Fearon aveva vinto un bronzo olimpico nel bob con la Gran Bretagna, poi aveva scelto la Giamaica. Mica Moore era nata in Galles, con radici giamaicane: “Gareggio per ispirare le ragazzine in Giamaica.” Tyquendo Tracey aveva corso la semifinale dei 100 metri ai Mondiali di Londra 2017 accanto a Usain Bolt.
Cortina Sliding Centre, febbraio 2026.
Per arrivare a Cortina, la federazione giamaicana aveva pubblicato un messaggio sui social: “Ce l’abbiamo fatta. Ci siamo qualificati. Ora chiediamo la vostra generosità per coprire i costi di viaggio e le attrezzature.” Migliaia di persone nel mondo avevano donato. Sconosciuti che non avrebbero mai incontrato quegli atleti, che non avrebbero mai festeggiato una medaglia insieme a loro, che non avevano niente da guadagnare. Avevano dato perché credevano nella storia.
Pitter ha detto: “Non siamo qui per partecipare. Siamo qui per lasciare un segno.”
Mica Moore ha chiuso 14ª nel monobob femminile. Il miglior risultato della storia della Giamaica in quella disciplina.
La generosità, nella pratica mindfulness, si chiama dana. Non è solo dare denaro o tempo. È offrire qualcosa senza calcolo, senza aspettativa di ritorno — attenzione, presenza, fiducia. Migliaia di donatori anonimi hanno praticato dana verso una squadra che gareggiava dall’altra parte del mondo. E quella squadra ha restituito qualcosa di inestimabile: la prova che certi sogni non hanno bisogno di logica per esistere.
Né neve. Né piste. Né fondi governativi.
Bastano una storia vera. E la generosità di chi decide di crederci.
E oggi?
Le tribune sono smontate. Le piste sono già silenziose.
Forse la Gu è già su un set fotografico e Malinin sta già pensando alle prossime Olimpiadi. Forse la Lollobrigida starà pensando a fare un altro figlio. Braathen avrà approfittato di Milano per fare shopping. Chissà se Viano è già andato all’orfanotrofio? La Vonn sicuramente sta facendo riabilitazione in Colorado e la Shiffrin sta pensando al nuovo record in Coppa del Mondo. Magari la Fontana ha deciso di non smettere. E la Giamaica… solo Jah sa cosa potrebbero inventarsi.
Cosa rimane?
Rimangono questi nove momenti. Nove istanti in cui qualcuno ha dovuto scegliere come stare dentro quello che stava vivendo. Non cosa fare. Come stare.
Non servono piste da ghiaccio. Non servono le Olimpiadi. Bastano una difficoltà vera e la decisione di non guardarsi dall’esterno, ma di essere, fino in fondo, lì dentro.
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