Ode A Vladyslav Heraskevych
Quando ero bambino mi piaceva andare sullo scivolo ad acqua. Una struttura alta forse una decina di metri, con un paio di curve dolci.
Ci si sedeva sopra un tappetino di gomma, si aspettava il via del bagnino e giù! Forse 15 secondi di puro godimento per poi sprofondare nella piscina.
Quando il bagnino era distratto si poteva osare disobbedirgli, stendendosi a pancia in giù sul tappetino e lanciandosi di testa.
Che brivido! I grandi, però, lo ritenevano pericoloso e per questo proibito.
Lo skeleton è lo sport che più mi ricorda quell’esperienza.
Ci si stende a pancia in giù su una slitta d’acciaio e ci si lascia scivolare su una pista ghiacciata lunga un chilometro e mezzo.
Non ci sono freni nè volanti o manubri.
Il corpo è l’unico strumento di controllo.
Si sterza attraverso pressioni impercettibili, micromovimenti, intenzioni: le spalle si inclinano di pochi gradi, le ginocchia sfiorano i bordi della slitta, il mento si abbassa o si alza per spostare il peso.
A centoquaranta all’ora, un millimetro è la differenza tra la traiettoria perfetta e il muro di ghiaccio.
Gli atleti imparano le piste a memoria — curva per curva, metro per metro — perché a quella velocità non c’è tempo per reagire. Si anticipa. Il corpo sa già cosa fare prima che la curva arrivi.
È uno degli sport più pericolosi al mondo.

Vladyslav Heraskevych è coraggioso e per questo lo ha scelto.
Lo è sempre stato, fin da quando ha cominciato a praticare il pugilato da bambino.
Coraggio che ha confermato anche quando ha deciso di ascoltare suo padre Mykhailo — ex atleta di bob, che le Olimpiadi le aveva solo sfiorate senza raggiungerle. In Ucraina lo skeleton non esisteva.
Insieme hanno costruito tutto da zero.
Nel frattempo Vladyslav si è laureato in fisica all’Università di Kiev.
E oltre che coraggioso, si è dimostrato anche saggio decidendo di imparare bene le leggi della gravità, della forza centrifuga e dell’attrito prima di lanciarsi sul ghiaccio a velocità folle.
A PyeongChang 2018 è il primo ucraino nella storia a gareggiare nello skeleton alle Olimpiadi. A Pechino 2022 si qualifica diciottesimo.
A Milano-Cortina 2026 è considerato un contendente credibile per una medaglia.
Sul casco da gara ha fatto dipingere ventuno volti: atleti e allenatori ucraini morti in guerra negli ultimi anni.
Atleti che avrebbero potuto essere alle Olimpiadi, a combattere per una medaglia, piuttosto che una stupida guerra.
Ma il CIO decide di applicare la Regola 50 della Carta Olimpica: durante i giochi sono vietate le manifestazioni politiche.
Offrono a Vladyslav la possibilità di indossare un bracciale nero per commemorare quelle vite.
Lui rifiuta.
Quei volti non sono propaganda politica.
Sono canti di pace.
Dice: ”La gente ha chiamato questo casco ‘il casco della memoria’. Non è un casco del conflitto.”
Per lui non è una questione di buoni contro cattivi. Essere pro qualcuno e contro qualcun altro.
Per lui è una questione di pace: il messaggio più potente che esista.
Vladyslav non gareggia, viene squalificato.
Quattro anni di lavoro sfumano.
Il sogno di una medaglia olimpica passa in secondo piano.
La dignità di essere umani vale molto di più.
Mi auguro che lo sport possa essere, sempre più spesso, un amplificatore del messaggio di pace.
Che mai possa essere proibito un messaggio di pace.
Certe cose si imparano sullo scivolo ad acqua, quando si è bambini. Il proibito e il pericoloso non sono sempre la stessa cosa.
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