Lebron James E L’Obiettivo Ben Formato
Il 18 febbraio 2002, Sports Illustrated — la rivista sportiva più importante degli Stati Uniti — pubblica in copertina la foto di un ragazzo di diciassette anni con una canotta da basket. Il titolo decreta una profezia: The Chosen One, il Prescelto.
Il ragazzo è LeBron James, frequenta ancora il liceo ad Akron e non ha ancora giocato una partita da professionista. È alto quasi due metri, pesa centodue chili e fa una media di ventinove punti, otto rimbalzi e sei assist a partita. Dopo quella copertina si fa tatuare su tutta la schiena due parole: Chosen 1. Il titolo lo ha scelto la rivista, il tatuaggio è una sua decisione. Quel passaggio — da etichetta esterna a gesto intenzionale, da parole di altri a inchiostro sulla propria pelle — è il momento in cui un’aspettativa diventa qualcosa di concreto.

LeBron cresce ad Akron, una città industriale dell’Ohio, con sua madre Gloria, che lo ha avuto a sedici anni. Per anni non hanno una dimora fissa e si spostano di appartamento in appartamento, dipendendo dalla generosità di chi li conosce. Di suo padre si sa poco, ma grazie a lui Lebron ha capito perfettamente cosa non vuole diventare.
Da bambino comincia a giocare a football, ma quando scopre il basket si accorge che quello sport gli scorre nelle vene, lo capisce e lo impara prima degli altri.
A quattordici anni LeBron è già il più forte di tutto l’Ohio tra i ragazzi della sua età. A diciassette è sulla copertina della rivista più letta d’America.
Nell’estate del 2003 viene scelto dai Cleveland Cavaliers come prima scelta assoluta del draft — la selezione annuale con cui le squadre della NBA (la lega professionistica americana di basket) scelgono i nuovi giovani talenti.
Cleveland lo accoglie come un salvatore, Akron — dove è nato — è a quarantacinque minuti, il ragazzo è uno di loro. Vince il premio di miglior matricola dell’anno e comincia a infrangere record su record: diventa “il più giovane di sempre” in numerose statistiche.
Negli anni la sua fama cresce, ma il titolo — il metro con cui si misura la grandezza in questo sport — resta un miraggio. Le squadre che i Cavaliers costruiscono intorno a lui non sono mai sufficientemente forti e così nel 2010, dopo sette anni e una sola partecipazione alle Finals, LeBron annuncia in diretta televisiva che lascerà la sua città.
I tifosi di Cleveland lo accusano di tradimento, arrivando a bruciare le sue maglie per strada. Dan Gilbert, il proprietario dei Cavaliers, pubblica quella stessa notte una lettera aperta in cui accusa LeBron di codardia.
Lebron va a Miami e insieme a Dwayne Wade e Chris Bosh forma un trio che sulla carta sembra imbattibile. Il primo anno, però, perdono in finale contro i Dallas Mavericks di Dirk Nowitzki e Jason Terry.
Nel 2012 e nel 2013, Lebron corona finalmente il sogno di vincere il titolo NBA e viene nominato miglior giocatore delle Finals in entrambe le annate.
Quelle vittorie lo proiettano di diritto nella conversazione per determinare il migliore di sempre. Ma Lebron non è ancora sazio.
Nel 2014, dopo aver portato a compimento la missione che lo aveva fatto approdare a Miami, decide di tornare a Cleveland
Pubblica una lettera sul sito di Sports Illustrated — la stessa rivista che dodici anni prima lo aveva messo in copertina — in cui scrive che l’Ohio è casa sua e che Cleveland merita un titolo. Torna così a indossare la maglia dei Cavaliers che nel frattempo si sono rinforzati con il giovane Kyrie Irving e l’all-star Kevin Love.
Vuole dimostrare di tenere particolarmente alla terra in cui è nato. Nel quartiere in cui è cresciuto finanzia la fondazione della “I Promise School” una scuola pubblica riservata ai bambini a rischio di abbandonare gli studi.
Il 19 giugno 2016 è la notte in cui James diventa leggenda.
Le Finals mettono di fronte Cleveland e i campioni in carica di Golden State — la squadra che quell’anno ha vinto settantatré partite su ottantadue, il record assoluto nella storia della lega. Cleveland è sotto tre a uno, e in settant’anni nessuna squadra aveva mai rimontato da quella situazione nelle finali NBA.
LeBron segna quarantuno punti in gara cinque e altri quarantuno in gara sei. Cleveland le vince entrambe; si va a gara sette, la decisiva.
Negli ultimi minuti il punteggio è in parità. Andre Iguodala dei Golden State Warriors riceve palla in campo aperto e si invola verso il canestro in contropiede. È solo, non ha nessuno davanti a sè. È un canestro sicuro che può determinare quasi certamente la vittoria del titolo.
Lebron è parecchi metri dietro di lui ma decide che quella palla non entrerà nel suo canestro. Allunga la falcata e spicca il volo andando a stoppare il tiro di Iguodala sul tabellone.
Quell’azione difensiva diventa determinante per permettere a Cleveland di vincere 93 a 89. Primo titolo NBA della città in cinquantadue anni. LeBron chiude con 27 punti, 11 rimbalzi, 11 assist — una tripla doppia in gara sette delle Finals, una cosa che non era mai successa. Poi crolla a terra, piange e dedica quel successo alla sua città e alla sua gente.
Ma non è ancora sazio: cambia di nuovo squadra e va a giocare per i Los Angeles Lakers, dove nel 2020 vince il quarto titolo della sua straordinaria carriera.
Per la quarta volta viene nominato miglior giocatore delle Finals, nessuno prima di lui aveva mai vinto questo premio con tre squadre diverse. “Il primo di sempre” e “unico” sono le parole che descrivono meglio la sua carriera.
Il 7 febbraio 2023, alla Crypto.com Arena di Los Angeles, alla fine del terzo quarto di una partita contro Oklahoma City, LeBron riceve palla sul lato destro, fa tre palleggi tenendo il difensore a distanza, va in sospensione cadendo all’indietro e segna.
La partita si ferma e sul tabellone appare il numero 38.388. Sono i punti che Lebron ha segnato in carriera, il record assoluto in quasi ottant’anni di storia della lega. Record che apparteneva a Kareem Abdul-Jabbar dal 5 aprile 1984 — otto mesi prima che LeBron nascesse.
Quella sera Kareem è in tribuna quando la partita si ferma, scende in campo, cammina verso LeBron e gli consegna il pallone di persona — come se stesse restituendo qualcosa che gli appartiene da sempre. Sugli spalti i due figli di LeBron, Bronny e Bryce, filmano il momento con il telefonino.
Dopo la partita chiedono a LeBron se battere il record di Kareem fosse sempre stato un suo obiettivo. Risponde di no, che gli sembrava irraggiungibile e che non ci aveva mai pensato davvero. Quella sera però Kareem lo descrive così: “LeBron è il prodotto di qualcuno che ha pianificato di dominare questo sport.”
LeBron non è ancora sazio e, soprattutto, ha ancora voglia di scrivere nuovi record.
Nella prima partita della stagione 2024/2025 i Lakers affrontano Minnesota. Mancano quattro minuti alla fine del secondo quarto, l’allenatore si gira verso la panchina e chiama due giocatori perchè si preparino a entrare in campo.
Di nuovo succede qualcosa che non era mai accaduto prima nella storia del basket americano: padre e figlio giocano insieme, nella stessa squadra, nello stesso campo e nella stessa partita.
LeBron James ha trentanove anni, Bronny venti.
Prima di entrare in campo, i microfoni della televisione captano LeBron che dice sottovoce al figlio: “La senti la tensione? Pensa solo a giocare come sai fare.”
In tribuna quella sera ci sono Ken Griffey Sr. e Ken Griffey Jr. — i primi padre e figlio a aver giocato insieme nel baseball professionistico americano, trent’anni prima. Si sono fatti fotografare tutti e quattro insieme prima della partita. Due famiglie che hanno fatto la stessa cosa apparentemente impossibile, in sport diversi, in epoche diverse.
LeBron aveva cominciato a parlare del desiderio di giocare con Bronny quando il figlio era ancora alle scuole superiori, ma molti lo avevano interpretato solo come la dichiarazione romantica di un padre sognatore.
Oggi Lebron ha 41 anni e gioca ancora in squadra con suo figlio Bronny.
Suo figlio minore, Bryce, ha quasi 19 anni e LeBron sembra non essere ancora sazio, chissà…
LeBron James, the Chosen 1, il Prescelto.
L’OBIETTIVO BEN FORMATO
Adesso che conosci la storia, rileggila con occhi diversi. Ogni decisione ha un criterio che la supporta e la definisce.
Specifico. Il tatuaggio: due parole incise sulla schiena prima ancora di aver giocato una partita da professionista.
Misurabile. Quattro titoli NBA con tre squadre diverse, recordman di ogni epoca in punti segnati e molti altri “primo di sempre” e “unico”.
Attuabile. Nasce in periferia da una madre sola, ma la sua ambizione non ha limiti.
Rilevante. Il ritorno a Cleveland nel 2014 per onorare la terra in cui è nato.
Temporizzato. Miami quando serviva, il ritorno a Cleveland per onorare la sua gente, a Los Angeles per diventare leggenda.
Ecologico. La famiglia James, la prima nella storia dell’NBA.
Rivedibile. La rotta è cambiata tre volte, l’obiettivo mai.
IL CONCETTO — SMARTER
Nel 1981 George Doran, un manager americano, pubblica un articolo su Management Review in cui propone un metodo semplice per costruire obiettivi efficaci nelle organizzazioni, chiamandolo SMART — cinque criteri che trasformano un’intenzione vaga in una guida operativa.
Il coaching lo prende, lo adatta e lo amplia fino a sette criteri — SMARTER — una mappa capace di definire il percorso da seguire per raggiungere la vittoria.
S — Specifico. Deve essere chiaro e preciso. Non “voglio migliorare” ma cosa voglio ottenere precisamente. Più entro nei particolari, meglio è.
M — Misurabile. Deve esistere un indicatore concreto di progresso. Quanto? Quante volte? Con quale frequenza? Se non si può misurare, non si può gestire.
A — Attuabile. Ambizioso ma realistico rispetto alle risorse, al tempo e alle capacità attuali. Un obiettivo impossibile demotiva invece di spingere.
R — Rilevante. Deve avere senso nel contesto più ampio: perché questo obiettivo, ora? È coerente con i miei valori e con l’orizzonte a cui mi dirigo?
T — Temporizzato. Deve avere una scadenza precisa. Senza un orizzonte temporale, l’obiettivo resta un’intenzione vaga.
E — Ecologico. Questo criterio non viene da Doran — viene dalla Programmazione Neuro-Linguistica sviluppata da Richard Bandler e John Grinder negli anni Settanta, ed è il loro contributo originale: un obiettivo non è ben formato se distrugge il sistema intorno a te, anche se lo raggiungi. La domanda non è solo “posso farcela?” — è “se ci riesco, cosa rimane in piedi nella mia vita?”
R — Rivedibile. L’obiettivo non è scolpito nella pietra. Si rivede quando cambia il contesto — un infortunio, un cambio di squadra, una nuova fase della vita. Aggiornarlo non è una sconfitta, è intelligenza adattiva.
Un obiettivo ben formato non ti dice cosa fare ogni giorno. Ti dice cosa non puoi permetterti di non fare.
Iscriviti alla newsletter MIVINCO
Una storia sportiva ogni domenica. Direttamente nella tua casella email.
Iscriviti su Substack