Calcio

Il Nome Come Presagio

Autore Nicola Cacco Pubblicato 25 march 2026

Pelé è l’idolo. Pelé non muore. Pelé non morirà mai.

Nell’antica Grecia, il protettore degli atleti era Hermes, uno dei figli di Zeus. Secondo il mito, indossa calzari alati per attraversare i confini tra mondi: la vita e la morte, il corpo e la mente, la vittoria e la sconfitta. Tra i suoi poteri anche la metis: la capacità di intuire e adattarsi alle situazioni attraverso la rapidità mentale.

Anche suo figlio Autolico, re di Acarnania, è ricordato come esempio di astuzia per la sua abilità di farla sempre franca.

Quando sua figlia partorisce, Autolico si reca a Itaca.

Gli viene chiesto consiglio su come chiamare il nipote e lui decreta: “Odisseo”.

Nome che deriva dalla parola greca odýssomai, traducibile con “colui che viene odiato.”

Una scelta che si rivela premonitrice di un fato.

Il viaggio di Odisseo sembra servire a esorcizzare il peso di quel destino.

Nella grotta di Polifemo, arriva persino a rinnegare la propria identità per diventare Nessuno.

Nel tentativo di liberarsi da quell’identità imposta, riconosce comunque l’importanza dell’eredità ricevuta: è infatti grazie all’astuzia che riesce a sfuggire al ciclope e a tornare alla nave per riprendere il viaggio verso casa. Ad Itaca, dopo aver affrontato numerose prove e difficoltà, torna con una più profonda consapevolezza di chi è davvero. E con una storia da raccontare.

Edson Arantes do Nascimento nasce il 23 ottobre 1940 a Três Corações, in Brasile.

Qualche settimana prima, in quella povera comunità rurale, accade un fatto quasi miracoloso: l’arrivo dell’energia elettrica.

Dondinho e Celeste, i suoi genitori, rimangono così folgorati da quella novità che decidono di chiamare il figlio Edison, in onore di Thomas Edison, lo scienziato americano che ha brevettato la lampadina a incandescenza, portando la luce in tutto il mondo. Ma all’ufficio anagrafe l’impiegato si perde una vocale. Registra il bambino come Edson. La “i” svanisce sui documenti, ma il peso di quell’eredità rimane intatto.

Da bambino, Edson è immensamente fiero di quel nome. Sa bene da dove derivi. Per lui, “Edson” è un nome importante. Lo sente tanto una responsabilità quanto un destino. È il nome del portatore di luce, di chi inventa il futuro.

Dondinho è un centravanti di talento con un colpo di testa fuori dal comune. A metà degli anni Quaranta ha quasi firmato un contratto professionistico con l’Atlético Mineiro. Poi un infortunio al ginocchio gli stronca la carriera prima che possa cominciare davvero.

Ma Dondinho continua a giocare a calcio nei campi delle serie minori. Edson lo guarda e ne studia i gesti: il modo in cui calcia, come si rialza dopo un contrasto e quando ride, dopo aver segnato un gol.

Intuisce che quello è il posto dove suo padre riesce a essere davvero se stesso. Anche lui desidera quella libertà. Ma la famiglia è povera e un pallone da calcio costa proprio i soldi che non ci sono.

Edson raccoglie un calzino vecchio, lo riempie di stracci, lo lega con uno spago e comincia a calciare quel grumo informe per le strade polverose. Con il tempo e la pratica, il talento comincia a emergere e quel pallone artigianale comincia a rispondere ai suoi comandi.

Quando Edson ha tre anni, oltre che dalle gesta del padre, è affascinato anche da Bilè, il portiere della squadra in cui gioca Dondinho. Dopo ogni parata lo incita urlando: “Segura”, tienitela. “Segura Pelè”. Non sa ancora parlare bene e storpia il nome. Bilè diventa Pelè. I ragazzi più grandi lo sentono e per prenderlo in giro cominciano a chiamarlo Pelè.

Edson protesta ogni volta, non gli piace. Ma il soprannome gli resta e diventerà piuttosto celebre.

Il 16 luglio 1950 è domenica, Edson ha nove anni.

Il Brasile gioca la finale dei Mondiali contro l’Uruguay al Maracanã di Rio de Janeiro. Centomila persone nello stadio. Un paese intero fermo davanti alle radio. Tutti danno per scontata la vittoria. Il Brasile ha dominato il torneo, ha segnato quattordici gol in quattro partite. I giornali hanno già stampato le pagine celebrative.

Il Brasile perde due a uno. L’Uruguay vince la coppa al Maracanã. È quello che chiameranno il Maracanazo — la parola che i brasiliani useranno per decenni per nominare la vergogna più grande della storia del loro sport.

Dondinho piange.

Edson non ha mai visto suo padre piangere.

Lo ha visto cadere, alzarsi, stringere i denti e fare finta che il ginocchio non facesse male; lavorare fino a tardi e togliersi il pane di bocca per darlo a lui.

Ma piangere no. Sta lì fermo, non sa cosa fare. Poi dice una cosa, forse per riempire quel silenzio imbarazzante. “Non piangere, papà. Vincerò la Coppa del Mondo per te.”

Dondinho alza la testa, lo guarda e sorride. Uno di quei sorrisi amari che gli adulti fanno quando si ricordano che sognare non costa nulla.

29 giugno 1958, Svezia.

Al Råsunda Stadium di Stoccolma il Brasile affronta la Svezia nella finale dei Mondiali. In campo c’è un ragazzo di diciassette anni che si muove in modo diverso dagli altri, sembra essere sempre un passo avanti rispetto a dove la palla sta andando. È la metis di Hermes, la velocità di pensiero che permette di leggere le situazioni a proprio vantaggio.

Il nome Pelè non è ancora conosciuto da tutto il mondo.

Segna due gol. Il secondo è un capolavoro: anticipa un difensore, ne supera un secondo con un pallonetto e tira al volo di destro, prima che la palla tocchi terra, senza lasciare speranze al portiere.

Il Brasile vince cinque a due.

Pelé piange. Viene portato in spalla dai compagni. I tifosi avversari lo applaudono.

Da qualche parte in Brasile, Dondinho ascolta alla radio.

Anche lui piange, questa volta per la gioia.

Pelè ha mantenuto la promessa.

In quel momento esatto, Edson scompare definitivamente per il resto del mondo. Nasce il mito.

Pelé diventa O Rei, il Re.

Il nome che detestava, quello nato per deriderlo, divora tutto il resto.

Pelé non appartiene più a Dondinho e a Celeste. Diventa di tutti. Diventa un idolo, un eroe.

Ma dentro quel personaggio, sotto quella maschera, c’è un uomo che per tutta la vita continuerà a parlare di “Pelé” in terza persona.

In un’intervista, anni dopo, spiegherà questa scissione con una lucidità spietata: “Nessuno ricorda Edson. Edson è la persona che ha i sentimenti, che ha la famiglia, che lavora duro. […] Ma Edson è una persona normale che un giorno morirà, e la gente se lo dimenticherà.”

E ancora, in un’altra occasione, ribadirà: “Tutto ciò che c’è di buono, è Pelé a farlo. Quello che sbaglia è Edson.”

Vince altri due Mondiali: nel 1962 e nel 1970. È l’unico calciatore della storia ad aver vinto tre coppe del mondo. Segna 1.282 gol in carriera, numero sospeso tra la statistica e la leggenda.

Ancora oggi viene considerato come uno dei giocatori più forti della storia del calcio.

Quella di Pelé è la storia di un viaggio. Come quello di Odisseo. Come quello di ogni atleta che ha lasciato qualcosa per inseguire il suo sogno.

L’importanza della narrazione

Un antropologo americano, Joseph Campbell, ha passato la vita a leggere miti di culture diverse — greche, africane, orientali, sudamericane. Scopre che tutte le storie possono essere ricondotte a un’architettura comune. Cambiano i nomi, cambiano i luoghi, cambiano le sfide ma la struttura è sempre la stessa:

Campbell l’ha chiamata il viaggio dell’eroe. Ogni atleta lo compie, spesso senza saperlo.

Jerome Bruner, psicologo di Harvard, ha identificato due modi in cui la mente costruisce la realtà:

Senza una narrazione ci sono solo fatti scollegati. Quando si vuole cambiare davvero qualcosa in profondità, il pensiero narrativo è quello che conta.

Dan McAdams, psicologo della Northwestern University, va oltre. Sostiene che ogni persona costruisce un mito personale: una narrazione che integra passato, presente e futuro in una storia coerente. Quella narrazione non è un accessorio della personalità. È il centro. Cambiarla significa cambiare chi si è.

David Drake porta questi concetti nel coaching. La sua proposta è semplice e radicale: un coach deve conoscere la storia di un atleta.

Senza quella storia, qualsiasi obiettivo è costruito nell’aria.

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