Atletica

Eric Liddell

Autore Nicola Cacco Pubblicato 07 may 2026

“Coloro che mi onorano, io li onorerò.”

Tiene in mano un foglietto piegato in quattro che, ore prima, gli ha consegnato il massaggiatore della squadra britannica. Su quel foglietto un versetto dell’Antico Testamento — Primo libro di Samuele, capitolo 2, versetto 30.

Eric lo riconosce subito perchè la Bibbia, per lui, è il sistema di coordinate che gli permette di muoversi nel mondo e quel versetto descrive perfettamente la promessa di onore reciproco che sente di aver stipulato con Dio, scegliendo di servirlo.

È il pomeriggio dell’11 luglio 1924, e allo Stade de Colombes di Parigi, sei corridori aspettano di prendere posizione per la finale olimpica dei 400 metri.

Eric Henry Liddell ha ventidue anni e, fino a otto mesi prima, non aveva mai corso quella gara. Gli è toccata la corsia esterna, la sesta, quella che gli atleti chiamano la “cieca” perchè davanti non ci sono avversari da inseguire e, alle spalle, non si riesce a vedere il ritmo di chi insegue.

NATO IN CINA, CRESCIUTO TRA DUE MONDI

Eric Liddell nasce il 16 gennaio 1902 a Tientsin, in Cina, secondogenito del reverendo James Dunlop Liddell e di Mary Reddin, missionari scozzesi.

Nel 1907 i Liddell rientrano in Scozia per una licenza e, l’anno seguente, i due figli maggiori, Robert ed Eric, vengono iscritti all’Eltham College, una scuola del sud di Londra riservata ai figli dei missionari.

I genitori e la sorella Jenny tornano in Cina e, per i successivi otto anni, Eric e Rob non vedono mai il padre, e pochissimo la madre.

Al college Eric si rivela un atleta fuori dal comune: corre più veloce di tutti e gioca titolare sia nella squadra di cricket che in quella di rugby.

Nel 1920 si iscrive all’Università di Edimburgo per studiare scienze: vuole tornare in Cina e insegnare.

Oltre allo studio, si dedica all’atletica e al rugby.

A vent’anni gioca sette partite del Cinque Nazioni con la nazionale scozzese di rugby, segnando anche quattro mete.

Il 6 luglio 1923, ai campionati britannici di Stamford Bridge, vince la gara sulle 100 yards (circa 91 metri) in 9 secondi e 7 decimi, stabilendo il nuovo record britannico che resterà imbattuto per ventitré anni. Eric ha 21 anni ed è il più forte velocista britannico, le olimpiadi di Parigi dell’anno seguente sono la naturale conseguenza e il suo maggior obiettivo.

In quello stesso periodo Eric viene avvicinato da D.P. Thomson, uno dei fondatori della Glasgow Students’ Evangelistic Union. Thomson cerca un atleta-predicatore, qualcuno la cui fama possa attirare folle di uomini, soprattutto operai e studenti, agli incontri evangelici. Liddell accetta, e diventa il predicatore principale di un gruppo di dieci uomini che girano la Scozia per evangelizzare le masse.

LA RINUNCIA

Nell’autunno del 1923 viene pubblicato il programma delle olimpiadi: le batterie eliminatorie dei 100 metri si svolgeranno il 6 luglio, domenica.

Per Liddell la gara è già terminata.

La domenica è il giorno del Signore, e correre in quel giorno significherebbe metterlo in secondo piano e venir meno al loro patto: “Coloro che mi onorano, io li onorerò”.

Ritira anche l’iscrizione alle staffette 4×100 e 4×400, le cui finali sono anch’esse previste di domenica. In Gran Bretagna qualcuno lo elogia per la coerenza, altri lo accusano di tradimento.

Eric non transige, i suoi principi sono granitici.

Da quel momento Eric deve reimparare a correre e comincia ad allenarsi sui 200 e sui 400. Ma i 400 metri, a quel tempo, non sono considerati una gara per velocisti, vengono corsi come una prova di mezzofondo: prima curva da correre controllata, rettilineo da affrontare in scioltezza e poi l’allungo finale, solo negli ultimi cento metri.

OLIMPIADI DI PARIGI

Domenica 6 luglio 1924, mentre si corrono le batterie di qualificazione dei 100 metri, Eric Liddell predica alla congregazione presbiteriana scozzese di Parigi.

Nei giorni successivi conquista il bronzo nei 200 metri.

Il connazionale Harold Abrahams chiude al sesto posto la gara sui 200 ma si rifà vincendo l’oro sui 100 — la gara che sarebbe dovuta essere di Eric.

Nei quarti di finale dei 400, lo svizzero Josef Imbach corre in 48.0 e stabilisce il nuovo record olimpico. In semifinale, l’americano Horatio Fitch lo abbassa a 47.8.

Liddell vince la sua batteria in 48.2. Più tardi confiderà che, nonostante i tempi degli altri, si sentiva tranquillo e pronto a correre la gara della vita.

Prima della finale una banda di cornamuse suona l’inno scozzese mentre Liddell si avvicina agli avversari e stringe a tutti loro la mano, tenendo nell’altra il bigliettino piegato che gli aveva dato il massaggiatore. ”Coloro che mi onorano, io li onorerò.”

Eric parte forte anche se lo stile non è dei più eleganti: testa rovesciata all’indietro, bocca aperta e braccia che si agitano in avanti come se stessero facendo a pugni con l’aria. Corre i primi 200 metri in 22 secondi e 2 decimi, solo tre decimi in più del tempo che gli è valso il bronzo sui 200 qualche giorno prima.

Sugli spalti, Abrahams pensa che Liddell abbia sbagliato approccio: sta andando troppo veloce ed è impossibile che tenga quel ritmo fino alla fine.

Eric non crolla e taglia il traguardo in 47 secondi e 6 decimi, con cinque metri di vantaggio sul secondo. È record olimpico e record mondiale.

In un’intervista al Guardian, anni dopo, racconterà di aver corso i primi 200 metri il più veloce possibile, e di aver corso i restanti 200 con l’aiuto di Dio.

IL RITORNO IN CINA

A luglio si laurea e il rettore Sir Alfred Ewing gli posa sulla testa una corona di olivo selvatico — il simbolo dei giochi olimpici antichi — e, scherzando, aggiunge: “In pista non c’è nessuno che possa fermarla. Solo i suoi esaminatori avrebbero potuto farlo”.

Eric torna in Cina e insegna scienze e atletica al college anglo-cinese di Tientsin, la città in cui è nato. Suo padre James è il pastore della chiesa protestante.

Nel 1934, a Tientsin, sposa Florence Mackenzie, figlia di un missionario canadese.

Eric e Florence hanno due figlie: Patricia e Heather.

La Cina negli anni Trenta attraversa guerre civili, la rivoluzione comunista e l’invasione del Giappone. Eric continua a fare il missionario e il predicatore nonostante il governo britannico consigli ai propri cittadini di lasciare il paese.

Nel ’41 le tensione diventa insostenibile ed Eric fa imbarcare la moglie incinta e le figlie su una nave diretta in Canada.

La terza figlia, Maureen nascerà a Toronto ma Eric non la conoscerà mai.

Qualche giorno dopo il Giappone attacca Pearl Harbour, diventando a tutti gli effetti nemico degli alleati e quindi della Gran Bretagna.

Il nord della Cina, dove vive Eric, è sotto il controllo giapponese.

Per quasi due anni Eric viene messo agli arresti domiciliari e, successivamente, in un un campo di internamento per civili situato a Weihsien nello Shandong.

Lì Eric insegna scienze ai ragazzi, organizza partite di cricket e gare di atletica.

Nel 1944 le autorità giapponesi concordano uno scambio di prigionieri con gli alleati: alcuni internati di Weihsien possono tornare a casa. Liddell, in quanto eroe olimpico, è nella lista e può così imbarcarsi per il Canada e abbracciare la figlia che non ha ancora conosciuto.

Ma Eric cede il suo posto a una donna incinta del campo.

Il fatto resterà sconosciuto per oltre sessant’anni: emergerà solo nel 2007, quando le autorità cinesi lo riveleranno al British Olympic Association, in occasione del sessantesimo anniversario dell’internamento.

LA FINE

Verso la fine del 1944 cominciano i mal di testa e poi le difficoltà a camminare. I medici del campo capiscono troppo tardi che il tumore al cervello è inoperabile.

Una mattina Eric chiede di poter ascoltare per l’ultima volta Finlandia di Sibelius — la melodia su cui le chiese protestanti di lingua inglese cantano l’inno Be Still, My Soul.

Una banda la suona nel cortile dell’ospedale ed Eric ne ascolta le parole: sta’ in pace, anima mia; il Signore è dalla tua parte. Porta con pazienza la croce del dolore. In ogni cambiamento Lui rimarrà fedele.

Morirà pochi giorni dopo, il 21 febbraio 1945, a quarantatré anni. Le sue ultime parole sono: è resa totale.

Viene sepolto sotto una semplice croce di legno sulla quale viene scritto il suo nome con il lucido da scarpe.

Dalla sua storia è stato tratto “Momenti di gloria”, che ha vinto l’Oscar come miglior film nel 1981, e così milioni di persone hanno potuto conoscere la biografia di Liddell: la rinuncia ai 100 metri, la corsa dei 400, la fede come ancora. Il film finisce con le olimpiadi, con Parigi e la vittoria della medaglia.

La storia vera finisce in una baracca di legno nello Shandong, la vita di un uomo che non ha mai smesso di sentire di essere esattamente nel posto in cui doveva stare.

LO SCOPO CHE ORIENTA TUTTO IL RESTO

Eric Liddell avrebbe potuto correre i 100 metri e avrebbe potuto trovare un compromesso accettabile o un’eccezione difendibile, oppure avrebbe potuto vincere la medaglia che tutti si aspettavano e tornare in Scozia da eroe nazionale.

Ma non lo fece, e la domanda più utile da farsi non è perchè? — ma — da dove veniva la forza che gli ha permesso di non farlo?

I sei livelli

Negli anni Settanta l’antropologo inglese Gregory Bateson aveva proposto un’idea che sarebbe diventata uno degli strumenti centrali del coaching moderno: l’esperienza umana si organizza in livelli gerarchici, e ogni livello superiore dà senso a quelli inferiori.

Robert Dilts, vent’anni dopo, traduce quell’intuizione in una mappa operativa composta da sei livelli in successione:

Il principio fondamentale espresso da Dilts è semplice: un cambiamento a un livello superiore riorganizza spontaneamente tutti i livelli che stanno sotto. Invece, i cambiamenti che avvengono ai livelli inferiori, ma che non hanno coerenza con quelli superiori, durano poco e si dissolvono al primo ostacolo serio — di solito quando i risultati smettono di arrivare.

La storia di Liddell letta dall’alto

Nella storia di Liddell tutti e sei i livelli sono leggibili.

L’ambiente cambia continuamente — Tientsin, Eltham, Edimburgo, Parigi, di nuovo Tientsin, Weihsien — ma Eric mantiene ovunque i suoi principi.

I comportamenti sono coerenti tra loro: predica per la chiesa protestante, rinuncia ai 100, lascia l’atletica, torna in Cina, sceglie di rimanere nel campo.

Le capacità sono al servizio dei comportamenti — il record sui 100, la riconversione tecnica e gli anni di insegnamento.

I valori sono il punto in cui la sua biografia differisce dalla maggior parte delle storie sportive: la domenica si loda il Signore e il bene per il prossimo arriva sempre per primo.

L’identità sta sopra a tutto questo: Liddell non si è mai descritto come atleta che fa anche il missionario, ma come missionario che sa correre.

E più sopra ancora c’è lo scopo, cioè servire qualcosa che lo precede e lo eccede, e a cui sente di appartenere.

Dove i livelli sono allineati, non c’è conflitto

Quando tutti i livelli sono allineati allo stesso scopo non c’è conflitto interno da gestire. Nell’autunno del 1923, quando il programma olimpico viene pubblicato, Liddell non deve lottare contro se stesso: non c’è una parte di lui che vuole correre la domenica e una parte che deve resiste alla tentazione di farlo. Non ci sono decisioni da prendere se tutto è allineato a uno scopo.

È questo che rende la sua storia difficile da comprendere ma istruttiva da osservare.

La maggior parte degli atleti vive il proprio sport a livello di comportamento (voglio vincere) e di capacità (voglio diventare più forte), ma una sconfitta, un infortunio o un cambio di squadra diventano insostenibili se manca l’allineamento con il livello superiore che dà senso al resto.

Motivazione, disciplina e carattere sono tutti mossi da una domanda: per cosa, esattamente, vale la pena di farlo?

Whitmore: la performance che dura

John Whitmore, l’autore di Coaching for Performance, considerato il fondatore del coaching sportivo moderno, ha sintetizzato questo punto con una formula precisa: la performance regge nel tempo solo quando è mossa da uno scopo che la trascende. Senza quello scopo, anche la motivazione più forte si esaurisce — di solito tra i venticinque e i trent’anni, quando il talento smette di bastare e i risultati cominciano a richiedere coerenza interna, oltre che fisica.

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