Sport

Entusiasmo

Autore Nicola Cacco Pubblicato 20 february 2026

Ieri sera si è svolta a Milano la finale del pattinaggio artistico femminile alle Olimpiadi Invernali 2026. Sul podio tre donne straordinarie, ognuna con una storia diversa, ognuna con qualcosa da insegnare. Ho guardato e ho preso appunti.

Non avrei mai pensato di potermi appassionare al pattinaggio sul ghiaccio, ma difficilmente ho assistito a una commistione di tale bellezza, potenza e tecnica.

Medaglia di bronzo: Ami Nakai, giapponese di 17 anni. È stata l’unica tra tutte le atlete in gara a chiudere un triplo Axel — 3 rotazioni e mezzo in volo. Tecnicamente la sua esibizione è stata quindi la più difficile, e allo stesso tempo perfetta. Stilisticamente impeccabile.

La freschezza, tipica della giovinezza, è emersa in modo preponderante come energia distintiva della sua esibizione.

Ha danzato sulle note di “What a wonderful world” e la sua grazia è stata la degna rappresentazione in movimento del famoso brano.

L’insegnamento ricevuto: Carpe diem, cogli l’attimo. Nel suo caso amplificato dalla giovane età. Il tempo passa ed è importante saper cogliere le occasioni. Mi torna in mente il film “Yes Man” in cui Jim Carrey decide di dire sì alla vita, sempre e comunque.

Grazie Ami per avermelo ricordato.

Medaglia d’argento: Kaori Sakamoto, giapponese di 26 anni. Una delle pattinatrici più forti della storia, vincitrice di 3 ori ai mondiali e 3 argenti e un bronzo alle olimpiadi. Ma l’oro individuale olimpico le è sfuggito di nuovo. Aveva detto prima della gara: “Se dico oro e non arrivo, resterò frustrata anche con un argento. Vincere una medaglia è un traguardo straordinario. Detto questo, non mi dispiacerebbe qualcosa di meglio dell’ultima volta.” E invece…

Si è esibita su un medley delle musiche di Edith Piaf che si è concluso con “Non, je ne regrette rien”. Non rimpiango niente.

L’insegnamento ricevuto: Se riuscirà a essere fedele al messaggio portato dalla musica che ha scelto, non rimpiangerà niente. E chiudere una carriera sportiva con questa consapevolezza è una grande dimostrazione di maturità. La stessa canzone della Piaf è stata usata da Bertolucci per chiudere il suo film “The dreamers”. La scena finale mostra i moti del maggio ’68 a Parigi e la fine del sogno dei tre protagonisti.

Fine del sogno anche per Kaori.

Sì, i sogni finiscono. Ma ogni fine permette un nuovo inizio.

Grazie Kaori per avermelo ricordato.

Medaglia d’oro: Alysa Liu, americana di 20 anni.

Nata a Clovis in California e cresciuta a Richmond, nella Bay Area. È la figlia maggiore di Arthur Liu che ha avuto cinque figli attraverso madri surrogate e donatrici anonime di ovuli. Arthur aveva scelto donatrici di etnia diversa, sperando che i figli beneficiassero di un patrimonio genetico più ampio. Alysa condivide la stessa madre surrogata dei tre gemelli — Julia, Joshua e Justin — mentre la sorella Selina è nata da un’altra donna. I cinque fratelli sono cresciuti insieme in un appartamento con una sola stanza da letto, tre letti a castello e la nonna Shu arrivata dalla Cina ad aiutare.

Suo padre Arthur era uno studente universitario a Guangzhou nel 1989, quando le piazze della Cina si riempirono di giovani che chiedevano democrazia. Lui organizzò manifestazioni e scioperi della fame in coordinamento con le proteste che a Pechino avrebbero trasformato Piazza Tienanmen in un simbolo mondiale. Quando il 4 giugno l’esercito aprì il fuoco sugli studenti, Arthur scoprì di essere nella lista dei ricercati del governo. Fuggì dalla Cina a venticinque anni, imbarcandosi clandestinamente su una nave diretta a Hong Kong, poi arrivò in California come rifugiato politico. Studiò legge, aprì il suo studio. Quella storia non finì lì: nel 2012 il Dipartimento di Giustizia americano incriminò agenti del governo cinese accusati di spiare e intimidire Arthur Liu e altri dissidenti esiliati negli Stati Uniti. Poi alle Olimpiadi di Pechino 2022 — trent’anni dopo la fuga — padre e figlia furono nuovamente oggetto di un’operazione di sorveglianza, ordinata, secondo le autorità americane, da Pechino. Arthur, con la sua consueta lucidità, disse: stanno ancora prestando attenzione a me dopo più di trent’anni.

Alysa inizia a pattinare a cinque anni. I coach notano subito qualcosa di raro.

A dodici anni è già la più giovane pattinatrice al mondo a eseguire un triplo Axel.

A tredici vince il campionato nazionale americano, la più giovane di sempre.

L’anno dopo vince di nuovo il titolo.

È la prima donna al mondo a completare un salto quadruplo e un triplo Axel nello stesso programma. Record dopo record, primato dopo primato, si stima che Arthur abbia speso tra i cinquecentomila e il milione di dollari per la carriera della figlia.

Alysa dirà: “era fondamentalmente il suo business, non il mio.”

Alle Olimpiadi di Pechino, proprio nella Cina da cui suo padre era fuggito trent’anni prima, arriva sesta. Poche settimane dopo vince il bronzo ai Mondiali. E poi, ad aprile, annuncia il ritiro. A 16 anni. Senza drammi, con una storia su Instagram: vado avanti con la mia vita.

Dirà più tardi: “odiavo davvero il pattinaggio quando mi sono ritirata. Non mi importava delle gare, non mi importava dei punteggi, non mi importava dei programmi. Volevo solo scappare. Odiavo la fama. Odiavo i social. Odiavo le interviste. Odiavo tutto“.

Da bambina era cresciuta senza un giorno libero, lontana dai fratelli: la macchina della performance l’aveva consumata dall’interno.

Poi finalmente sente di poter cominciare a vivere. Prende la patente. Fa shopping di vestiti normali. Gioca a Fortnite fino alle quattro di notte con i fratelli. Si iscrive alla UCLA a studiare psicologia. Viaggia. Scala il campo base dell’Everest con la sua migliore amica: settimane senza telefono, senza gare, senza giudici. Solo montagne, silenzio e la libertà di essere una ragazza normale tra le rocce del Nepal.

Poi, nel gennaio 2024, va a sciare sul lago Tahoe. Sente l’adrenalina della velocità, la sensazione di scivolare sulla neve. Qualcosa si riaccende. Torna in cantina, riprende i vecchi pattini. Ma a modo suo, questa volta. Sceglie lei la musica, i costumi e le coreografie. Al padre, che aveva guidato ogni aspetto della sua carriera, dice con affetto: sei un grande padre ma ora voglio fare a modo mio. Ogni anno aggiunge una ciocca bionda ai capelli castani; tre ciocche, tre anni di vita nuova.

In pochi mesi vince il titolo mondiale 2025, prima americana a farlo in diciannove anni. Ieri sera l’oro olimpico.

Si è esibita sulle note di MacArthur Park cantata da Donna Summer, una canzone che è pura energia, vita che trabocca. E lei sul ghiaccio è stata esattamente questo: non solo un’atleta che esegue perfettamente, ma anche una persona che si diverte. Il sorriso sempre acceso, i capelli a ciocche bionde e castane, il vestito di paillettes dorate. Nessuna tensione, nessuna paura. Solo entusiasmo puro.

L’insegnamento ricevuto: l’entusiasmo è tipico della giovinezza ma, incarnato in età più adulta diventa simbolo di saggezza. La parola viene dal greco antico: entheos, avere un dio dentro. Entusiasmo è essere posseduti dall’essenza di un dio.

Alysa avrebbe potuto tornare con la serietà di chi ha qualcosa da dimostrare. Invece è tornata con la leggerezza di chi ha qualcosa di cui godere — e sul ghiaccio si vede esattamente questo: qualcosa che la abita dall’interno, più grande della tecnica, più grande della gara. Mi torna in mente Soul di Pixar: il protagonista insegue tutta la vita il suo scopo, lo raggiunge, e si accorge che mancava ancora qualcosa: la capacità di vivere, non solo di performare. Alysa quel percorso l’ha fatto davvero: il ritiro, i fratelli, l’Everest, la libertà. E poi il ritorno. Innamorata della vita oltre che del pattinaggio. L’entusiasmo l’ha portata più in alto di quanto avrebbe fatto qualsiasi pressione.

Grazie Alysa per avermelo ricordato.

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