Daniele Cassioli E La Storia Che Indossi
“Mi si fissò invece il pensiero ch’io non ero per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato d’essere.”
Luigi Pirandello - Uno, nessuno e centomila

Daniele Cassioli nasce a Roma il 15 agosto 1986. È cieco. La diagnosi arriva come prefazione alla sua biografia. Per i medici e la società è da subito chiaro cosa non potrà fare, dove non potrà andare e cosa comporterà vivere in quella condizione. È già tutto scritto. Per Daniele non c’è scelta, comincia una narrazione su cui lui sembra non poter intervenire. Ma i suoi genitori vedono la storia in modo diverso: certo, non potranno togliergli sempre gli ostacoli davanti al naso, ma potranno insegnargli a superarli.
Daniele a tre anni comincia a nuotare, poi impara il karate. A otto anni, in provincia di Verbania, incontra un gruppo di sciatori ciechi, ”un gruppo di disperati, ognuno sgangherato a modo suo.” Daniele si innamora di quello sport e l’estate dell’anno successivo comincia anche a praticare lo sci nautico. Riesci a immaginarlo? Un bambino cieco di nove anni, trainato da una barca a quasi 60 chilometri all’ora. Sente la corda tra le mani, il vento contro e l’acqua sotto gli sci che schizza a ogni minimo cambiamento di peso. Ma non può vedere nè l’acqua, né la direzione della barca; lui, semplicemente, sa cosa sta facendo e dove sta andando.
A dieci anni entra nella squadra nazionale paralimpica italiana. A dodici, agli Europei in Giordania, vince l’argento nello slalom. Due anni dopo, all’Idroscalo di Milano, conquista l’oro nello slalom e nelle figure. I titoli si accumulano, i record del mondo anche. Nel salto arriva a 21 metri e dieci centimetri. Ripeto: vola per 21 metri, nel buio, senza vedere dove atterrerà.
Quando decide di iscriversi all’università per diventare fisioterapista, cercano di dissuaderlo dicendo che sono richiesti esami che prevedono l’utilizzo di video. Lui non si scoraggia e si laurea con 110 e lode. Cerca lavoro e, nonostante il curriculum scolastico eccellente, non lo assumono. È sempre la stessa storia: ha delle limitazioni che gli impediscono di lavorare come sarebbe richiesto. Ancora una volta Daniele dimostra che si sbagliano.
Vince ventotto titoli mondiali e ventisette europei. Detiene tre record del mondo.
La storia che gli altri avevano scritto su di lui non quadra più con i fatti.
Nel 2018 pubblica la sua autobiografia: Il vento contro, in cui ribalta e riscrive trent’anni di narrazioni imposte.
Oggi fa formazione nelle aziende ed è spesso ospite di programmi televisivi, podcast e trasmissioni radio.
Nel 1926 Luigi Pirandello pubblica Uno, nessuno e centomila. Il protagonista si chiama Vitangelo Moscarda. Ha tutto: una moglie, una banca ereditata dal padre e un nome rispettato. Un giorno la moglie gli fa notare che il suo naso pende leggermente verso destra. Moscarda si guarda allo specchio. È vero, non se n’era mai accorto.
In quel momento capisce una cosa che lo distruggerà: ognuno porta su di sé una storia che gli altri hanno scritto ma che lui non ha mai conosciuto.
Pirandello diagnostica il problema con precisione chirurgica: siamo uno per noi stessi, centomila per gli altri, e quindi — in fondo — nessuno. Non esiste un io autentico sotto le maschere. Ci sono solo quelle che il mondo ci mette addosso, e quelle che finiamo per indossare noi stessi, credendo siano la nostra vera faccia.
Qualche anno prima, nel 1904, aveva scritto Il fu Mattia Pascal. Mattia finge la propria morte per liberarsi dall’identità vecchia. Ne costruisce una nuova, altrove, con un altro nome, ma scopre che non basta: senza radici e senza riconoscimento la nuova identità non regge. Diventa il fantasma di se stesso: il fu Mattia Pascal, una persona che non c’è più.
Nel 1921, a teatro, aveva mostrato la terza faccia dello stesso problema: Sei personaggi in cerca d’autore. Personaggi che esistono, che hanno una storia da raccontare, ma non trovano nessuno disposto a scriverla. Restano sospesi. La storia c’è ma manca qualcuno capace di metterla in forma.
Tre opere, una diagnosi sola: la storia che porti addosso non è tua. E cambiare non basta se non hai qualcuno che testimoni chi stai diventando.
Sessant’anni dopo Pirandello, due terapeuti — Michael White in Australia e David Epston in Nuova Zelanda — arrivano alla stessa diagnosi e trovano una soluzione.
La loro proposta si chiama terapia narrativa. La tesi centrale: i problemi non abitano nelle persone. Abitano nelle storie che le persone portano su di sé. Storie costruite dal contesto, dalla famiglia, dalla società, dalle circostanze. La chiamano: la storia dominante.
Il primo passo è separarsi dalla storia. Non “sono limitato” ma “porto una storia che dice che sono limitato.” La distanza grammaticale sembra piccola ma non lo è. Cambia il rapporto di forza tra la persona e la narrazione.
Il secondo passo è cercare le eccezioni. Quelle che White ed Epston chiamano sparkling moments, momenti luminosi che la storia dominante non riesce a spiegare. Ogni volta che Daniele scende in acqua e non cade, ogni medaglia, ogni esame superato, ogni no trasformato in sì sono crepe nel muro della storia imposta. Prove che quella narrazione non era l’unica possibile.
Il terzo passo, il più delicato, è arricchire la storia alternativa. Non basta trovarla. Va abitata, raccontata, ripetuta finché diventa più solida di quella vecchia. Ed è qui che un coach può intervenire come testimone, come qualcuno che dice: ho visto quello che hai fatto, e quella storia vecchia non ti contiene più.
È la risposta ai Sei personaggi di Pirandello. I personaggi in cerca d’autore trovano il loro autore e la storia prende forma.
Daniele Cassioli quell’autore lo è diventato per altri. Ha fondato Real Eyes Sport, un’associazione che porta i bambini ciechi allo sport. Chi ha riscritto la propria storia comincia a scriverne altre. Il cerchio si chiude.
Per Daniele Cassioli la storia dominante è cominciata in sala parto. Per anni ha occupato tutto lo spazio — ripetuta dai medici, dalle istituzioni, dagli uffici universitari, dai datori di lavoro. Aveva la forza della verità, perché nessuno la metteva in dubbio.
Poi sono arrivati l’acqua, la corda e il vento contro. Ogni gara vinta nel buio totale era uno sparkling moment che la storia non riusciva a contenere. Finché la storia nuova è diventata più grande di quella vecchia.
Ventotto titoli mondiali non sono una risposta alla storia dominante. Sono la prova che quella storia non era mai stata vera.
La terapia narrativa — White e Epston
Michael White (Adelaide, 1948–2008) e David Epston (Londra, 1944) sviluppano la terapia narrativa negli anni Ottanta, formalizzandola in Narrative Means to Therapeutic Ends (1990).
Il concetto centrale:
esternalizzare il problema e separarlo dalla persona che lo porta,
identificare i unique outcomes, i momenti in cui il problema non ha avuto il controllo,
costruire e ispessire una storia alternativa attraverso la testimonianza di qualcuno che la riconosca.
Nel coaching sportivo, il metodo si applica alle credenze limitanti ereditate dall’ambiente, dalle sconfitte passate e dalle aspettative esterne. Non lavora sulla forza di volontà, ma sulla narrazione che quella volontà informa.
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