Bobbi Gibb E Kathrine Switzer
Indossa i bermuda del fratello e scarpe da uomo — perché da corsa per le donne non esistono ancora — e sotto la felpa blu con il cappuccio, un costume da bagno nero intero. Il 19 aprile 1966, Roberta Louise Gibb, detta Bobbi, si nasconde in un cespuglio di forsitia vicino alla linea di partenza di Hopkinton, Massachusetts, e aspetta che metà del gruppo sia passato, prima di uscire e cominciare la sua gara.
Corre nell’anonimato, si deve nascondere al mondo che non la vorrebbe là. Mesi prima aveva chiesto il permesso e la risposta della Boston Athletic Association era arrivata per lettera: le donne non sono fisiologicamente in grado di correre una maratona. Non possono competere su distanze superiori a due chilometri e mezzo. Gibb aveva letto la lettera, aveva preso un autobus da San Diego — quattro giorni e quasi cinquemila chilometri di viaggio — ed era arrivata a casa dei genitori a Winchester, a 20 minuti da Boston.
La sera prima della gara aveva mangiato roast beef e apple pie, e il mattino dopo si era nascosta in quel cespuglio. Sola.
Taglia il traguardo in 3 ore e 21 minuti. I corridori maschi attorno a lei applaudono, gli spettatori applaudono, ma l’organizzazione non registra i suoi tempi.
Torna l’anno dopo e quello dopo ancora: per tre anni di fila è la prima classificata tra le donne, ma non esiste niente di ufficiale che lo attesti.

Nel 1967, l’anno dopo l’impresa di Bobbi, un’altra donna scriverà un altro capitolo di questa storia nella stessa gara.
Kathrine Switzer ha 20 anni, studia giornalismo alla Syracuse University e si allena ogni mattina con la squadra di cross country maschile, perché la femminile non esiste. È lì che incontra Arnie Briggs — 50 anni, postino all’università — con 15 maratone di Boston alle spalle.
Corrono insieme ogni mattina e Arnie le racconta della gara: i 42 chilometri, il freddo, la salita di Heartbreak Hill, i corridori che arrivano al traguardo con le lacrime.
Una sera di dicembre del 1966, dopo aver corso quasi dieci chilometri sotto la neve, Kathrine gli dice che vuole correre Boston. Arnie si ferma: una donna non può correre la maratona. Ma lei, grazie a Bobbi, sa già che non è così. Il patto proposto da Arnie è chiaro: se in allenamento dimostri di farcela, ti porto a Boston. Seguono settimane di chilometri nelle strade ghiacciate di Syracuse, fino al giorno del test in cui Switzer va oltre i 42 chilometri della maratona. Ne corre quasi cinquanta, circa otto in più, per dimostrare di potercela fare. Al quarantottesimo chilometro Arnie inizia a cedere, e quando finiscono lei lo abbraccia e lui sviene.
È il suo modo per dire “Possiamo andare”.
Il modulo di iscrizione non richiede di specificare il genere e Kathrine si firma K.V. Switzer — come ha sempre firmato i suoi articoli per il giornale universitario. Arnie, in quanto membro del club atletico dell’università, controfirma l’iscrizione in qualità di coach. L’organizzazione riceve il modulo, incassa i tre dollari dell’iscrizione e consegna il pettorale.
Il 19 aprile 1967, con pioggia mista a neve, più di 600 corridori sono al via. Oltre ad Arnie, al fianco di Kathrine c’è anche il fidanzato, Tom Miller — ex giocatore di football. Per difendersi dal freddo, Kathrine indossa una tuta, ha i capelli dentro il cappuccio, e si posiziona in mezzo al gruppo. Al via nessuno la nota — o chi la nota non dice niente.
Il pettorale 261 è ben visibile.
Quando al terzo chilometro passa davanti al camion della stampa, i fotografi vedono il pettorale, vedono i capelli lunghi, e qualcuno sul camion degli ufficiali urla: “c’è una donna con il pettorale”.
Jock Semple — 63 anni, scozzese, co-direttore della gara — sente e perde letteralmente la testa: salta giù dal camion e comincia a rincorrere Kathrine.
La raggiunge, la strattona e le urla: “Vattene al diavolo! Via dalla mia gara! Ridammi il pettorale!”
Arnie prova a fermarlo ma viene buttato a terra. Tom mette i suoi 107 chili tra la fidanzata e Semple e la gara continua.
I restanti trentanove chilometri diventano la rivendicazione di ogni donna che vuole affermare di poterlo fare e di essere sufficientemente forte per farlo.
Kathrine taglia il traguardo in 4 ore e 20 minuti. Ufficialmente è la prima donna a correre una maratona.
Nei mesi successivi riceve sacchi di posta contenenti odio e ammirazione in parti uguali. Kathrine decide di tenere solo le lettere di incoraggiamento e lavora per cambiare le regole: nel 1972 le donne vengono ammesse ufficialmente alla 42 chilometri di Boston e nel 1984 la maratona femminile debutta per la prima volta come evento olimpico nella storia.
E Bobbi?
Nel 1967, alla sua seconda partecipazione non ufficiale alla maratona di Boston, Bobbi Gibb taglia il traguardo in 3 ore e 27 minuti, quasi un’ora prima di Kathrine.
Stessa mattina piovosa, stessi 42 chilometri e 195 metri, ma nessun fotografo a immortalare la sua impresa.

IL PERCHÉ PROFONDO
Stessa gara, due donne, due forme diverse di coraggio.
Bobbi non ha bisogno di testimoni. Il suo “perché” è già completamente formato prima di nascondersi in quel cespuglio, prima di salire sull’autobus per Boston. “Vedevo un campo verde e dovevo attraversarlo di corsa”, diceva. Correre è l’espressione della sua essenza e lo fa anche quando nessuno la guarda: è il coraggio della continuità silenziosa. Corre senza chiedere il permesso per poterlo fare, perché non dipende da quel permesso.
Kathrine ha deciso che farlo non basta. Il suo “perché” vuole ispirare, diventare storia e costringere il mondo a guardare e a prenderne atto. Il rischio è enorme: esponendosi diventa bersaglio, ma Kathrine indossa comunque il pettorale. E lo fa per tutte le donne a cui viene detto: non puoi.
Bobbi dice: si può. Kathrine dice: tutte devono potere.
Negli anni Ottanta, due psicologi dell’Università di Rochester avrebbero dato un nome preciso a questa meccanica. Per Edward Deci e Richard Ryan la motivazione estrinseca — premi, risultati misurabili, riconoscimento esterno — regge finché le ricompense arrivano. Quella intrinseca, invece, è più solida ma ha bisogno di tre condizioni per sopravvivere: autonomia, competenza e relazione. Quando una di queste viene a mancare, anche la motivazione più radicata
comincia a cedere.
Nietzsche lo aveva scritto nei suoi taccuini: chi ha un “perché” per vivere riesce a sopportare quasi ogni “come”.
Il “come” di Semple era concreto e autorevole, ma il “perché” di Kathrine era più profondo.
C’è però un dettaglio che il coaching non può ignorare: quel “perché” stava ancora prendendo forma quando Semple le afferrò la maglia. Un “perché” costruito nel corso di cinquanta chilometri di allenamento, nelle storie di Arnie sotto la neve di Syracuse, nella firma K.V. su quel modulo. Quel “perché” era lì, sotterraneo, ma l’attacco di Semple lo portò in superficie.
Bobbi quel processo lo aveva già attraversato altrove, in un momento che nessuno aveva visto. Il suo “perché” era già cristallizzato prima ancora che arrivasse la lettera con su scritto: non puoi.
L’autore Simon Sinek, nel suo famoso saggio “Partire dal perchè”, descrive il meccanismo con tre cerchi concentrici — “what” all’esterno, “how” nel mezzo, “why” al centro.

La maggior parte degli atleti costruisce l’identità sportiva dall’esterno: i tempi, i piazzamenti, i traguardi misurabili. Il problema è che il “what” può non esserci — basta un infortunio o un ufficiale di gara che ti strappa il pettorale perché venga meno la ragione per andare avanti.
Bobbi il “what” non ce l’aveva sul petto: era inarrestabile proprio perché era invisibile. Kathrine ce l’aveva, e tenerlo mentre Semple cercava di strapparglielo fu l’atto che trasformò il suo “why” in qualcosa più grande di lei.
Il “why” più puro è quello che ignora se stesso — rivolto a nessuno, indifferente al riconoscimento, attraversa il mondo senza offrirgli resistenza e per questo il mondo lo ignora a sua volta.
Il “why” più potente è quello che decide di farsi vedere, che accetta il rischio della visibilità, che sa cosa significa mettere un numero sul petto in una gara che ti vorrebbe fuori.
Tramite il coaching, l’atleta definisce il “why” quando questi già lo avverte ma non riesce a riconoscerlo e impara a mantenerlo quando qualcosa o qualcuno cerca di toglierglielo.
Prima di tutto, però, il coaching aiuta l’atleta a capire il suo “why” — se è quello che resiste nel silenzio, o quello che diventa completo solo quando il mondo lo vede e lo riconosce.
La domanda non è: qual è il tuo obiettivo. La domanda è: il tuo “why” ha bisogno di essere visto per esistere, o esiste anche nell’ombra?
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