All We’Re Saying Is Give Peace A Chance
24 dicembre 1914
La notte di Natale. Fiandre, vicino a Ypres.
Due trincee separate da cinquanta metri di fango e morti.
Quella sera succede qualcosa di strano.
Il tenente tedesco Kurt Zehmisch scrive nel suo diario: “Quando abbiamo addobbato gli alberi e acceso le candele, dall’altra parte sono giunti fischi di gioia e applausi.”
Nell’altro versante, un soldato britannico scrive a casa: “Ho alzato la testa sopra i sacchetti di sabbia. Lungo tutta la linea tedesca brillano piccole luci. Mai visto niente di più strano e più commovente.”
Sta guardando le luci di Natale, da una trincea, durante la Prima guerra mondiale.
La mattina del 25 dicembre il gelo ha indurito il terreno.
Non sappiamo le parole esatte. Ma dev’essere andata più o meno così.
— Comandante.
— Cosa c’è, soldato.
— C’è un tedesco fuori dalla trincea.
— Lo so. È pieno di tedeschi morti lì fuori.
— No, signore. Questo è vivo. In piedi. E…
— È armato?
— No, signore. Ha…
— Allora cosa diavolo sta facendo? È impazzito?
— Ha un pallone da calcio sotto il braccio, signore.
Silenzio.
— Ripeti.
— Un pallone, comandante. Da calcio. E sta aspettando.
— Aspettando cosa?
— Non lo so, signore. Credo… noi.
Il comandante si alza lentamente. Guarda oltre il parapetto.
Il tedesco è lì, solo, in mezzo al fango. Il pallone sotto il braccio. Aspetta.
— Soldato.
— Signore.
— Facciamogli vedere come si gioca.
Dougan Charter, britannico, scrive poi alla famiglia: “Stavamo per sparare a quel tedesco e poco dopo eravamo tutti in festa.”
Si incontrano nella terra di nessuno, in quella striscia che fino al giorno prima era il posto più pericoloso del mondo. Si stringono la mano. Si scambiano sigarette e cioccolato. Seppelliscono insieme i caduti che giacciono lì da settimane.
Poi qualcuno posa il pallone per terra.
Le porte sono fatte di giacche e elmetti. Il campo è delimitato dai soldati rimasti a guardare.
La partita tra gli scozzesi del reggimento Seaforth Highlanders e i tedeschi del reggimento Sassone finisce 3-2 per i tedeschi, secondo più testimonianze.
Almeno due terzi delle trincee sul fronte occidentale quel giorno si fermano.
La sera, un soldato tedesco si avvicina a George Eade, britannico e gli dice sottovoce: “Oggi abbiamo avuto la pace. Ma da domani tu combatterai per il tuo Paese e io per il mio. Buona fortuna.”
Tornano nelle rispettive trincee e la guerra riprende.
Alcuni storici pensano che il pallone vero non ci fosse, che si sia giocato con lattine vuote su un terreno crivellato di crateri.
Le lettere di quei soldati, però, parlano di un pallone.
Il Manchester Guardian del 31 dicembre 1914 titola: Tregua di Natale al fronte — i nemici giocano a calcio.
Nessuno autorizzò niente. Gli alti comandi, quando vennero a saperlo, minacciarono corti marziali. Spostarono i reggimenti.
Il Natale successivo organizzarono bombardamenti preventivi.

8 ottobre 2005
Stadio Al-Merrikh di Omdurman, Sudan.
Didier Drogba ha 27 anni, gioca nel Chelsea ed è l’uomo più famoso della Costa d’Avorio.
Il suo Paese è in guerra civile dal 19 settembre 2002. Secondo le stime ci sono già state alcune migliaia di morti.
I ribelli contro il governo, il nord contro il sud. Una nazione spaccata lungo una linea che sembra impossibile da valicare.
Ma la nazionale di calcio quella linea l’ha già attraversata.
In campo ci sono i fratelli Touré — Kolo e Yaya — che vengono dal nord.
E Drogba, che viene dal sud.
Hanno vinto, insieme. Si sono appena qualificati per i Mondiali, per la prima volta nella storia del paese.
A partita finita, nello spogliatoio, Drogba si avvicina al cameraman della televisione di stato ivoriana.
Gli chiede il microfono. Poi dice ai compagni di fare cerchio e stare in silenzio.
La sua dichiarazione non è preparata:
“Uomini e donne della Costa d’Avorio, del nord, del sud, del centro e dell’ovest. Abbiamo dimostrato oggi che possiamo coesistere e lottare insieme con un obiettivo comune. Vi supplichiamo in ginocchio: deponete le armi. Promuovete libere elezioni. Tutto il mondo guarderà la Costa d’Avorio. Un popolo che deve restare unito.”
Si inginocchia davanti alla telecamera. I compagni di squadra attorno a lui fanno lo stesso.
Drogba racconta poi che solo il giorno dopo capisce cosa ha fatto.
Il discorso gira su tutte le radio e le televisioni ivoriane. Quando l’aereo atterra ad Abidjan, il 9 ottobre, ci sono migliaia di persone ad aspettarli per le strade. Alcune piangono.
Drogba — che pochi mesi prima ha sfilato su un autobus scoperto per le vie di Londra, dopo aver vinto la Premier League — dice di non aver mai visto niente di simile.
Per qualche mese, le armi tacciono.
Poi la Costa d’Avorio esce dal girone ai Mondiali, battuta da Argentina e Olanda.
Nemmeno il tempo di tornare a casa che le armi riprendono a sparare.
Ma Drogba non ha finito la sua missione.
Nel 2007 chiama il presidente, Laurent Gbagbo. Gli dice che la prossima partita di qualificazione alla Coppa d’Africa si giocherà a Bouaké.
Bouaké è la capitale dei ribelli, il cuore del nord in guerra, la città che il governo non controlla.
Gbagbo non ne sa niente. Drogba lo ha messo di fronte al fatto compiuto.
Il governo accetta.
Alla vigilia della partita nessuno dorme. Le misure di sicurezza sono massime. Nessuno sa cosa succederà quando il pullman della nazionale attraverserà quella linea invisibile che divide il Paese in due.
Il 3 giugno 2007 la Costa d’Avorio batte il Madagascar cinque a zero. Drogba segna il quinto gol. Mentre esulta e lascia il campo, viene raggiunto dai soldati ribelli in mimetica. Vogliono abbracciarlo.
In pochi minuti Drogba è riuscito a fare più che otto anni di processi di pace guidati dall’ONU.
Ha una squadra mista di giocatori del nord e del sud, uno stadio nella città nemica, e la certezza che valga la pena provare.
La pace non arriva. Non subito, non definitivamente.
La guerra civile ivoriana si trascina per anni ancora.
28 febbraio 2026
Ho letto la notizia ieri mattina. Ho scosso la testa chiedendomi come fosse possibile. Un’altra guerra.
Dal 1946 gli storici contano i conflitti armati giorno per giorno. Non hanno ancora trovato un’alba senza guerra.
Come mi ha insegnato John Lennon, l’unica cosa sensata che posso fare è propagare messaggi di pace.
All we’re saying is give peace a chance.
Chissà cosa succederebbe se i principali campionati di calcio si fermassero? Lamine Yamal, Vinicius Jr., Erling Haaland, Kylian Mbappé, Cristiano Ronaldo, Lionel Messi… sta a voi.
All we’re saying is give peace a chance.
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